Delle dita s'avvivano le rose,

Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

Eleonora Pandolfini-Nencini, la bella sonatrice d'arpa, nel palazzo edificato non già da Raffaello, ma cominciato da Gianfrancesco Sangallo e compiuto nel 1538 da Bastiano d'Aristotile, continuò anche durante la Restaurazione e più tardi a mostrarsi degna degli omaggi poetici e della passione che aveva ispirato a Ugo Foscolo, e a far gli onori del «leggiadro ostello» con una grazia che le sue stesse rivali, anche la D'Albany, non riuscivano a vilipendere. In casa Corsini, non frequenti gl'inviti. Il principe Don Tommaso, nominato senatore di Roma, riceveva più a Roma che a Firenze. Ma fra il 1819 e il 1824 le signorine, con la governante signora Enriquez, diedero nuovo esempio di ricevimenti alle amiche e compagne, che riuscirono novità gradita e imitabile.

Dopo il 1821, la quiete fiorentina consigliò molte grandi famiglie a prender fra noi stabile dimora. Don Camillo Borghese, stanco dei viaggi e delle emigrazioni, venne col fratello Francesco principe Aldobrandini in Firenze e presero stanza nell'odierno villino Salviati in Borgo Pinti. Nel 1825, nella villa Zambeccari, ora Fabbricotti, a Montughi, moriva dopo lunga e penosa malattia, Paolina Bonaparte, un'altra di quelle bellezze canoviane, con la breve testa capricciosa e il cuore di marmo.... o di fuoco. Il trasporto fu fatto con grande pompa e solennità, traversando tutta Firenze: l'esequie celebrate nella chiesa di Badia, donde il corpo fu spedito a Roma, in un carro. Il principe Camillo, parve non mostrarne troppo rammarico; perchè poco appresso dette ordine all'architetto Baccani di edificargli in 18 mesi il Palazzo, che sorse in via Ghibellina, su case che eran già appartenute ai Salviati. Costruito il palazzo, con puntualità che parve miracolosa, vi si dettero feste e ricevimenti magnifici, a cui interveniva la Corte.


Principi spodestati e re in esilio cercavan rifugio sotto la protezione di Ferdinando III, che stentò molto a concederla. Ci volle l'intervento dell'imperatore Francesco, perchè Luigi Bonaparte, l'ex re di Olanda, che aveva preso il nome di Conte di S. Leu, potesse ottenere il permesso di fermarsi a Firenze. Questi da prima comprò a Montughi dai Capponi delle Rovinate una villa, poi il palazzo Gianfigliazzi, ove rimase fino agli ultimi anni. A Montughi confutava la Vita di Napoleone di sir Walter Scott, componeva romanzi che leggeva alla contessa D'Albany, cui parevano pesanti e noiosi, e spesso non pagava i suoi debiti. Nel 1822 un tal Viviani era creditore dell'ex re di ottocento scudi per biada e foraggi. Il conte di S. Leu voleva fargli una tara di cento scudi, che il Viviani non volle accettare; anzi, avvicinatosi al principe con modi arroganti, gl'impose di pagarlo subito e senza tara. Il principe, temendo quelle minacce, impugnò le pistole: accorsero i servi, e il Viviani fu messo alla porta. Nel frattempo la moglie del Viviani che aspettava nel viale, incontrò un fanciullo con gli occhi cerulei e il naso aquilino, al quale ne disse di tutti colori sul conto di quell'ex re che non pagava i suoi debiti.

— Ma il conte è mio padre, signora! — rispose il fanciullo, che doveva essere il futuro Napoleone III.

La Viviani restò mortificata; ma il giorno dopo il marito fu soddisfatto di ogni suo credito.

Dietro il conte di S. Leu vennero in Firenze gli altri due fratelli: Giuseppe che aveva preso il titolo di Conte di Surviller, e l'ex re Girolamo che si faceva chiamare Conte di Monfort. Giuseppe con madame Clary e mademoiselle Zenaide dimorò nel palazzo Serristori, dando sontuosi pranzi, ma non balli nè grandi ricevimenti, perchè madame Clary era infermiccia. Proteggeva le arti, faceva lavorare gli artisti, e andava ogni giorno alle Cascine in una gran calèche a otto molle, col carro e la cassa color paglia, come tutti gli equipaggi dei Bonaparte. Il conte di Monfort, di tutti il più giovane, avea preso in affitto il palazzo Orlandini, dove compirono la loro educazione i figli di lui Girolamo e Matilde. Le livree verdi del re Girolamo, le sue feste, le sue avventure interruppero la musoneria fiorentina, e duraron gran tempo nella memoria di tutti. Jules Janin, che fu a Firenze nel 1838, ricorda una festa sontuosa a cui intervennero i Borboni di Napoli e di Spagna, e di cui faceva gli onori una giovinetta bianca e vermiglia, la principessa Matilde, che accoglieva gli ospiti, non come una principessa esiliata, ma come una bella giovane parigina dimenticata sulle sponde dell'Arno. In casa Serristori presso il fratello maggiore Giuseppe, solevano i Bonaparte riunirsi la sera: e l'affitto di quel palazzo ceduto dal conte Niccola Demidoff al conte di Surviller fu pronubo delle nozze fra la Matilde e Anatolio Demidoff ch'ebbe in tale occasione dal Granduca il titolo di Principe di S. Donato.

I Demidoff eran già venuti a Firenze dopo il 1809. Del conte Niccola, ricco come un Creso, e così come ricco benefico, è ancor vivo il ricordo fra noi. Nel 1814 comprato il convento di S. Donato, lo ridusse in breve in una villa magnifica, circondata da un parco adorno di loggiati, di statue, di rarissime piante. Poi si dette a fare opere di beneficenza: istituì asili, pensioni, ospizi, scuole gratuite, opificî. — Il fratello Paolo, ricchissimo anch'egli, a lui non somigliava punto: viveva solitario, e soltanto di tratto in tratto dava una gran festa in cui profondeva tesori. Nel 1831 dette un ballo e fece parare di nuovo tutte le sale; poi staccò i parati e li regalò ai servitori, che li rivenderono 100,000 franchi. Non poteva toccare un oggetto se altri prima di lui l'avesse toccato senza guanti. Un giorno fu trovato da un amico tutto intento a bagnare nell'acqua odorosa, entro un calice d'oro, i biglietti della Banca di Pietroburgo.