— Lavo, — disse, — questi fogli, perchè puzzano orribilmente! —
Un'altra volta, invitò a colazione un diplomatico inglese, che nel calore della conversazione prese senza badarci dalla zuccheriera un pezzo di zucchero con le dita. Il Russo ordinò subito al servitore di buttar lo zucchero rimasto fuor di finestra. Ma il flemmatico Inglese non si scompose: bevuto il caffè, gettò dalla finestra tazza, piattino, cucchiaino e ogni cosa, e voltosi sorridente all'ospite:
— Non sapevo, — disse, — che in Russia ci fosse quest'uso. —
Coi Demidoff, coi Borghese, e coi Bonaparte, e più tardi coi Poniatowsky, la vita mondana fiorentina cambiò carattere. La Corte era eclissata: affluivano i forestieri da ogni parte di Europa, nei salotti si parlavano tutte le lingue. Il Lamartine che nel 1827 era chargé d'affaires a Firenze si lodava del Principe, delle violette che fiorivan di febbraio e delle grandi feste cui era invitato. «Je termine très-honorablement mon carnaval par deux grands festins. Sur ce, je souhaite le bonsoir à mon cuisinier et je rentre dans la classe des grands seigneurs du pays, qui mangent et ne donnent point à manger.» — «Il fait ici — era il dicembre del 1827 — un printemps superbe ces temps-ci. Mais à peine avons-nous le temps d'en jouir et de sortir: c'est un brouhaha interminable. Il y a toute l'Europe voyageante, et chaque année cela devient plus nombreux en Français.» — «Nous voyons beaucoup le prince Borghese. Sa maison est des Mille et une nuits, plus encore que celle de M. Demidoff. Enfin c'est un monde et un éclat à en perdre la tête..... Il faut s'habiller à dix heures et sortir à onze heures, les bals commencent à minuit.» E nel febbraio 1828 soggiungeva: «Nous n'avons plus qu'un grand bal à avaler chez le prince Borghese, après demain, et un diner diplomatique chez moi dimanche.» E in aprile: «Nous avons ici un grand monde diplomatique en ce moment. Le carnaval a recommencé et nous ennuie et fatigue. C'est tous les jours un dîner, tous les soirs un bal.» E nel maggio: «Florence est dans sa beauté physique, car nous avons déjà vingt degrés de chaleur. Mais elle est dans la solitude et le deuil par la mort de M. Demidoff, qui y tenait plus d'état qu'une ou deux cours, avec ses six millions de rente.» E nel giugno: «Nous sommes dans une semaine de fêtes jusqu'au cou: des courses de chars, de chevaux, des théâtres. Toute la journée en uniforme et en gala par la ville et toute la nuit en bals.» E in luglio, con 28 gradi Réaumur di calore: «Il n'y a pas d'amitié, pas de verve, pas de zèle qui resiste à 28 degrés: l'amour seul est à cette température, et véritablement c'est son règne à Florence. Les nuits sont divines. Je les passe à errer en calêche dans les rues, ou sous les pins harmonieux des Cascines, environné de beautés séduisantes qui disent ohimè, et à qui je ne dis rien.»
Ma, se non vi spiace, fermiamoci un momento ad osservar queste belle creature che dicono ohimè, e cercano nella frescura delle notti refrigerio al caldo soffocante, e forse all'ardore della passione. Non più volti rosei ed accesi, non più labbra coralline, o del bel rosso garofanato. La moda è cambiata; fin dal 1824, cantava il Guadagnoli:
Un viso rosso è un viso da osteria
E non è un viso di galanteria.
Le donne son diventate pallide, languide, sentimentali: l'anemia romantica, il veleno sottile della passione è penetrato nelle lor vene, e un ardore interno, nuovo, insolito, misterioso, le abbrucia. Prima, quando la Gazzetta di Firenze annunziava in 4ª pagina la Biblioteca piacevole ed istruttiva pubblicata da Guglielmo Piatti, che conteneva la Storia dei quattro spagnoli, in 11 volumi, le Sventure della famiglia d'Ortemberg, in 6 volumi, il Cimitero della Maddalena, in 8 volumi, e altre dilettose novità di questo genere; le donne non consumavan le veglie in simili letture, e all'amore bell'e fatto dei romanzi preferivano quello che sapevano fabbricarsi da loro; al sentimento preferivano la realtà, magari un po' volgare, un po' prosaica, ma viva e palpitante.
Tutto il periodo napoleonico, nella vita, nell'arte, nella letteratura fu l'apoteosi della forza, del vigore, della forma. La pittura, la scultura, la moda idoleggiarono la bellezza esteriore; e quell'aura di rinnovato ellenismo, che aleggiò da per tutto, ricoperse con gli studiati lenocinii d'un'arte mascherata all'antica il sensualismo, che il settecento aveva incipriato con la galanteria. Scomparso l'eroe — o l'eroe de' farabutti come lo chiamava il D'Elci — il sensualismo rimase. Non più guerre, non più quei macelli di giovine carne umana che lasciavano tanti vuoti dolorosi nelle famiglie e nel censimento: seguì la gioia del vivere, un senso di liberazione, come di chi si toglie un incubo doloroso; e il desiderio del piacere — l'epicureismo del D'Elci, — prese il sopravvento. Si cominciò a ballare e a godersela al Congresso di Vienna, mentre tutta Europa attendeva ansiosa il proprio assetto definitivo. Ma sì! chi poteva frenare quegl'impeti folli?