Poi seguiron le restaurazioni; la religione riebbe il disopra, riprese a poco a poco il suo impero: le leggi, i motupropri tentarono rimettere le nuove generazioni, dopo tanti anni di sregolatezze giacobine e soldatesche, nella vecchia carreggiata. Ma ci volevano altro che le prediche del Presidente del Buon Governo e le musonerie del Granduca! Il mondo va da sè, ripeteva con la sua ghigna sarcastica il conte Fossombroni, e dai rapporti della polizia lo sapeva lui dove andasse. Perchè il paterno regime di Ferdinando III e di Leopoldo II ebbe sempre gran cura di sapere a puntino ciò che si faceva nelle famiglie, nelle dimore patrizie e nelle case dei cittadini. Fioccavano le denunzie anonime: si mettevano in moto gli emissari, si riferiva, si scriveva, si chiamavano i colpevoli a Palazzo Nonfinito o negli Ufizi dei Commissari: e lì grandi lavate di capo e minacce di sfratto pei non regnicoli e per gli altri minacce di clausure in conventi e d'esercizi spirituali in qualche casa di novizi. La gente stava a sentire, lasciava passar la burrasca: e poi daccapo, come prima, se non peggio di prima!
L'esempio, diciamolo pure, veniva dall'alto, non dalla Corte però; anche i Vicari e i Ciambellani e i Podestà e i Governatori erano spesso soggetto d'inquisizioni, e la loro domestica infelicità era argomento d'inchieste e di sopraccapi per i Ministri e per lo stesso Granduca. Chi legga le polverose filze della Presidenza del Buon Governo troverebbe talvolta particolari curiosi. Oh, l'occhio della Polizia è come quello di Dio, e vede attraverso le pareti, nei salotti eleganti, nelle alcove discrete; e il buon pastore di questo gregge toscano doveva pur confessare a sè stesso d'aver nel branco parecchie pecore matte!
Ma, in buon punto, capitarono a Firenze i forestieri e dilagò la colluvie de' romanzi sentimentali: tutto allora cambiò, a poco a poco, carattere, e la passione accese i cuori, e l'amore bell'e fatto dei romanzi, il misticismo, l'ideale fu come un balsamo salutare, che calmò gli ardori troppo scomposti. L'amore bell'e fatto, rese inutile quello da farsi: o almeno lo rivestì d'un velo d'idealità vereconda. E la moda aiutò, cooperò alla riforma: non più le vesti attillate e discinte che consentivano ogni linea della persona. La Rivoluzione, ne' suoi impeti selvaggi, aveva spazzato via i guardinfanti, i paniers, i busti che stringevano i fianchi e la vita. Durante l'Impero non fu possibile la restaurazione del busto, perchè Mad. de Longuéville e l'Imperatrice, la cui vita era corta e tozza, vi si opposero recisamente. Più tardi, dopo il 1820, e trionfalmente nel 1825, riapparve con le sue stecche, co' suoi legacci, con le sue morse di ferro, chi sapeva con arte comprimere i superbi, sostenere i deboli e gli smarriti, sostituire gli assenti. — La gemma rientrò nel suo astuccio; e sotto le sapienti corazze fu più malagevole trovar la via dei deboli cuori.
IV.
Ma, non avvertiti dalla gente leggiera, in mezzo a queste mondanità e galanterie, di cui tentai abbozzarvi un quadro fuggevole, vivevano in Firenze uomini seri e gravi, compresi dell'assunto che spettava all'Italia dopo la ruina napoleonica, e che con gli scritti, con l'opera, nei crocchi fidati, tendendo l'orecchio ad ogni bisbiglio di libertà, preparavano i tempi nuovi e le libere istituzioni. Costoro, non sdegnavano mescolarsi alla turba de' gaudenti, e dei giramondo; anzi, a sommo studio, nascondevano i segreti pensieri sotto le più spensierate apparenze. Firenze, in cotesto periodo, ebbe la fortuna di aver nel suo seno, fra gli altri, tre uomini: Gino Capponi, Cosimo Ridolfi e Pier Francesco Rinuccini.
Com'è virtù dei minerali di cristallizzare in una forma determinata, così è di certe figure ideali. Gino Capponi, a tutti noi che lo ammirammo vecchio, cieco e venerando, apparve quasi cristallizzato in quelle gravi ed austere sembianze. Il candido Gino della Palinodia leopardiana, lo fece a molti ingenui creder canuto anzi tempo. Ma tale non fu sempre; e a noi piace rievocare la giovanile immagine del gentiluomo dotto, operoso, intelligente, che fin dall'uscir dell'adolescenza, avea dato saggio di dottrina non frequente nei marchesi d'allora e di poi, possedendo il latino, il greco, il francese, l'inglese e il tedesco, studiando le matematiche con passione. Rimasto vedovo a ventidue anni, con due bambine di cui prese cura la marchesa Maddalena, piissima donna, potè dedicarsi interamente alle lettere, viaggiar l'Italia, osservandone i monumenti e i capolavori dell'arte, e nella vita di Corte, cui fu chiamato a partecipare per la benevolenza di Ferdinando III, non affatturare il carattere. Un viaggio in Francia e in Inghilterra, donde ritornò per il Belgio, l'Olanda, la Germania e la Svizzera, fu veramente il principio della sua virilità morale. Ne tornò con idee che in un paese dove, come diceva il Fossombroni, si facevan le cose da vinai, potevan sembrare sospette di soverchio liberalismo. L'Inghilterra, la Svezia, l'Irlanda, con le loro istituzioni nazionali, gli parvero paesi ammirabili. Conobbe personaggi illustri, avvicinò gli esuli italiani, fra i quali Ugo Foscolo, vagheggiando di stringer con essi relazioni frequenti per la pubblicazione d'un giornale; fu presentato in nobili ed ospitali famiglie, attinse informazioni preziose sulle scuole, l'educazione e l'insegnamento, ammirò le corse e i cavalli, rovistò nelle botteghe de' librai e ne' magazzini dei sarti, collazionò per l'abate Masini vari codici del Decamerone, eseguì le commissioni degli amici che volevano acquistare tabacchiere e tela batista, s'empì la testa di cognizioni di politica, di letteratura, di storia e i bauli di robe — come e' diceva fashionabilissime — e dopo una lunga peregrinazione tornò a casa rattristato dall'idea di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo degno degli uni e degli altri.
Effetti di quel viaggio furon le cure ch'egli pose alle scuole lancasteriane di mutuo insegnamento, insieme col Ridolfi, e l'istituzione di un Collegio per le fanciulle del patriziato, che sorse di poi col patrocinio dell'Arciduchessa sposa, e fu quello della SS. Annunziata. Le bianche e morbidissime mani delle ragazze inglesi, da lui ammirate, gli fecer pensare alle gialle e povere mani delle ragazze italiane, condannate dall'educazione codina agl'inutili ricami, ai fiori di carta, alle frutta di lana e all'ornamento delle pantofole e delle berrette paterne.
Frattanto un altro disegno, quello del giornale, che ruminava anche in viaggio trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, avea trovato occasione propizia ad esser effettuato. Nel luglio 1819 era venuto in Firenze un ginevrino, oriundo di Oneglia, che dopo aver percorso Europa ed Affrica per i commerci del padre e proprio, e dalla Finlandia alla Barberia visto e osservato di molto, aperse nel gennaio del 1820, a' primi due piani del palazzo Buondelmonti a Santa Trinita, quel Gabinetto letterario ove si raccolsero, in un intento concordi, i migliori ingegni italiani. Giampietro Vieusseux univa alla operosità del commerciante, l'ingegno del giornalista, l'istinto, la misura, le audacie d'un editore di genio. Il Capponi, conosciuto l'uomo, lasciò l'opera al signor Pietro, come gli piaceva chiamarlo con amorevole, e tra signorile e popolare familiarità. Così al Saggiatore, risorto per poco seguì l'Antologia, di cui il Capponi fu la mente regolatrice; perchè il nome del signor Gino, come gli scriveva il Cellini, conciliava molte amicizie. — Ma del genius loci del Gabinetto e dell'Antologia ch'ebbe l'onore di ravvivare il culto delle patrie lettere e dar ombra all'Austria e parecchi fastidi al Governo granducale, costretto più tardi a sopprimerla, non è qui luogo per discorrere con quell'ampiezza che il soggetto richiede. Basti ricordare le riunioni che il Vieusseux soleva tenere settimanalmente la sera, precedute da un modesto pranzo al quale invitava alcuni degli amici più assidui: il Niccolini, il Montani, il Colletta, il Pepe, il Tommasèo, il Giordani e quel feroce lodator di sè stesso che fu Mario Pieri, cronista di cotesti ritrovi in quel giornale manoscritto, per il quale è assai più noto che non sia per le operette in prosa e per quelle — Dio ce ne scampi — in versi! Il Gabinetto era un centro pericoloso di propaganda liberale. I giornali e i periodici che vi giungevan di fuori, i libri, le stampe, eran merce da tenersi d'occhio. La polizia vigilava: in un rapporto d'un confidente, del 30 luglio 1822, si racconta essere stato veduto nel Gabinetto Vieusseux un rame rappresentante tutti i principali sovrani d'Europa stretti insieme con un basamento sulla testa, sul quale posa la statua della Costituzione. Proprietario del rame era naturalmente il marchese Gino Capponi, «che più volte ha fatto capitare in quel Gabinetto articoli di simil genere, che gli vengono dall'estero per vie segrete.»
La società letteraria fiorentina e anche la politica liberale, faceva capo sempre al Capponi e al Gabinetto. Il Vieusseux era giudicato un liberale feroce, astuto e intraprendente: era sospettato di aver relazioni coi rivoluzionari più pericolosi; ma non poteron mai coglierlo in fallo, nè il governo ebbe mai l'audacia di «penetrare nei recessi del Gabinetto» o di molestare il Capponi. Ferdinando III, che nel suo esilio di Salisburgo, scriveva al padre del marchese Gino, «finchè avrò vita sarò italiano,» non volle mai piegare ai rigori e agli ammonimenti dell'Austria: e quando il Salvotti tempestava da Milano affinchè Gino Capponi fosse mandato a deporre de' carteggi passati fra lui e il Confalonieri, il Granduca fece rispondere ch'egli non obbligava a cotesti uffici i suoi gentiluomini. — Così, fra le distrazioni mondane e lo studio del greco, il Marchese preparavasi ad essere, per il suo paese, quel che il povero Confalonieri avrebbe bramato d'essere per il proprio.
Il Capponi portava il nome, la fama, la ricchezza e la stima di tutti con quella disinvoltura colla quale indossava il vestito più scelto, foggiato sul figurino di Londra. I pettegolezzi del bel mondo ascoltava pacato, ma non degnava ripeterli neppure ai più intimi. Nel 1821, quando il conte Giraud già sfogava la sua vena satirica nei salotti fiorentini, il Capponi scriveva al Velo: «V'è un suo epigramma recente, che forse voi potreste aver curiosità di conoscere, ma io non sarò mai quello che ve lo dirò, perchè l'argomento è di quelli che non vo' toccare.» Dagli ozii meditabondi di Varramista, tornava alla vita elegante in qualcuno di quelli accessi di dissipazione ond'era preso, ma che — com'e' sentiva — non erano vizio organico in lui. Al marchese Pucci, che se la spassava a Londra, soleva dare commissioni mondane, ordinando al sarto Stultz vestiti e sottoveste di picqué; e al sarto Williams pantaloni di panno bleu e di rusciadok. Desiderava camiciole di maglia della più fina, pezzole da collo bianche, fazzoletti di seta da naso, se vi erano fashionabilissimi e scatole da tabacco di Scozia, fra le quali alcune da donne. Poi macchinette per temperare le penne e riappuntarle, e rasoi; ma insieme i classici, le opere di Byron, e qualche bel libro di storia.