A lui, grande e liberale signore, ricorrevan gli amici per ogni impresa da tentarsi, per ogni opera buona: e lo trovavano sempre pronto a spendere il denaro e a pagar di persona. Guglielmo Libri, ingegno potente, sviato da una gioventù tempestosa, ebbe da lui ammonimenti, aiuti, consigli. Pietro Colletta, venuto a Firenze quasi infermo pel freddo sofferto in Moravia dov'era stato relegato, trovò quiete ed agio agli studi in una villetta cedutagli dal Capponi, vicino alla Pietra, e quivi scrisse gran parte della sua Storia. A correggere le pagine dell'amico, che diceva d'aver un cuore come la cupola del Duomo e di sminuzzarlo nel suo stile, si riunivano intorno al Colletta, il Capponi, Giuliano Frullani ingegnere e uomo di molta coltura, il Vieusseux, il Montani, Giacomo Leopardi, il Giordani, il Niccolini e Francesco Forti. Di quelle correzioni il Colletta era lieto, e una volta si sdegnò col Leopardi che in parecchi quinterni della Storia avea mutati soltanto un alla in nella e un cosicchè in sì che. Erano conversazioni caldissime, nelle quali spesso il Giordani arrabbiavasi, e il Niccolini si accendeva. Mario Pieri, il vero Pilade di cotesti letterati tanto di lui maggiori, era ogni settimana in lite con qualcuno: perfino col Niccolini, che credette geloso d'un premio datogli dalla Crusca, ma con il quale si rappattumò per tornare alle solite colazioni a cui l'amico lo invitava, e che d'estate e d'autunno consistevano soltanto in un piatto di fichi.

La società letteraria toscana aveva poi alcune Egerie, e prima di queste, la marchesa Carlotta de' Medici Lenzoni, nella cui casa il Giordani conobbe quella giovinetta quattordicenne bellissima, tutta occupata in una malinconia inconsolabile, ch'ei celebrò con una delle più sonanti sue prose: la Psiche di Pietro Tenerani. In casa della colta donna, che fregiò il sepolcro del Boccaccio a Certaldo, convenivano col Niccolini, col Pananti, col Pieri, col Giraud, col Montani e col Nota, la Rosellini, scrittrice di versi ormai dimenticati, e quanti artisti e musicisti fossero di passaggio a Firenze. E dalle sorelle Certellini, nella Vigna Nuova, in quella casa che è a fianco della Loggetta Rucellai, si raccoglievano in più intimi e più modesti colloqui gli ammiratori fidati del Niccolini, che vi fu ospite e quasi padrone fino agli ultimi suoi anni.

Ma di salotti letterari, chiuso quello della D'Albany, non ve n'ebbe allora propriamente alcuno a Firenze. Il fiore della società seria e colta raccoglievasi dal Vieusseux, e non mancava di fare una visita al marchese Capponi. Dal Vieusseux, ogni tanto capitava un dotto di grido; e allora i ricevimenti eran quasi solenni, come quando nell'agosto del 1827 giunse con la moglie e sei figliuoli Alessandro Manzoni, e vi comparvero ammirati e festeggiati il Fauriel, il Sismondi, Casimir Delavigne, il Savigny, Bartolommeo Borghesi, Champollion, il dantofilo Witte, il conte di Guilford e tanti altri illustri.

Perchè Firenze, anche allora, fu mèta desiderata d'ogni artistico pellegrinaggio, e rifugio quieto e sicuro alle grandi anime meditabonde. Lord Byron ci venne nel 1817, per visitare le gallerie, dalle quali — com'ei scrive — si esce «ubriacati di bellezza.» Lo Shelley, che vi stette alcuni mesi del 1819, e vi compose l'ultimo atto del Prometeo, nella Venere Medicea, nella Niobe e nelle tele riprese alla Francia e riportate trionfalmente fra noi, tre anni innanzi, dal senatore Alessandri e dal pittore Benvenuti, cercava lo spirito delle forme ideali. Ma non potè trattenercisi a lungo, a cagione del vento gelato e dell'acqua cattiva. Pure alle Cascine, dove gli piaceva passeggiar solitario, scrisse l'Ode al vento d'ovest, una delle sue liriche più perfette, e in Galleria immaginò il frammento sulla Medusa di Leonardo, dove ha tentato esprimere le impressioni che la poesia può attinger dall'arte.

Samuele Rogers passava le intere mattinate nella Tribuna, contemplando la Venere, non so se per animarla o per esserne animato alla poesia. Walter Savage Landor, giunto in Firenze nel 1821, ci rimase tutta la vita, dimorando prima nel palazzo Medici e poi in quella villetta fiesolana a cui traevano quanti inglesi capitavano in Toscana, ammirati dello scrittore che nelle Conversazioni immaginarie e nelle elegantissime prose, seppe congegnare l'arte e la erudizione, l'antico e il moderno, e l'un coll'altro animare. Brusco, stravagante, non tollerava soperchierie: dell'ordine di sfratto datogli da un birro di bassa sfera, messo su da un servo cacciato per ladro, appellossi al Granduca che gli dette ragione. Della società fiorentina era poco amico e non grande estimatore; e ne scriveva a periodici inglesi liberamente, narrandone le grettezze, e fra le altre quelle d'un certo signore che vendette gli spogli della moglie non appena fu morta. Col marchese Medici si guastò e gli scrisse, dolendosi che gli avesse preso un cocchiere. Il Medici, andato per iscusarsi forse, entrò nel salotto, dov'era la signora Landor, con il cappello in testa. Sopraggiunto il Landor, gli cavò di testa il cappello e presolo per un braccio lo mise fuori, e gli mandò lui poi la disdetta per mano d'un birro.

V.

Ma poichè l'ora ci sforza a conchiudere, torniamo alla politica, soltanto per accennare ad alcuni degli avvenimenti più memorabili, occorsi fra il 1815 e il 1831.

Il 30 settembre 1817 sotto le maestose vòlte di Santa Maria del Fiore, monsignor Morali celebrava le nozze di Carlo Alberto di Savoia-Carignano con Maria Teresa di Toscana, giovinetta sedicenne, pia ed ornata delle doti più squisite che convengano ad una principessa. Le solite salve di gioia, i soliti colpi di cannone, le vie affollate, due file di soldati per lo stradale dal Duomo a Pitti; e poi pranzo di gala a Corte, passeggiata alle Cascine in gran treno e la sera fuochi d'artifizio dalla torre di Palazzo Vecchio. Il 6 ottobre gli sposi partiron per Torino, accompagnati sino al Covigliaio, sull'Appennino, dal Granduca, dall'arciduca Leopoldo e dalla sorella. — Il 16 novembre altri sponsali nella chiesa dell'Annunziata. Leopoldo, Gran Principe Ereditario di Toscana, sposava la principessa Maria Anna Carolina di Sassonia. Nuove feste, nuove cannonate, e fuochi d'artifizio, e pranzi di Corte e balli ne' teatri; ma il matrimonio auspicato rimase infecondo, e per evitare che la Toscana passasse nel dominio di Casa d'Austria, secondo i patti di famiglia e i trattati, Ferdinando III che aveva superato la cinquantina s'indusse il 6 di maggio 1821, a sposare in seconde nozze Maria Ferdinanda di Sassonia sorella della sua nuora.

Il 2 aprile 1821, alle ore 3 dopo mezzanotte, sotto il nome di Conte di Barge, scendeva alla Locanda dello Shneiderff, Lungarno Guicciardini, S. A. Serenissima il Principe di Carignano. Alle 8 inviava a Palazzo Pitti l'aiutante a partecipare il suo arrivo al Granduca, e alle 9 recavasi personalmente a visitarlo, restando più d'un'ora a colloquio col suocero, e tornando dipoi a pranzo con i Sovrani senza nessuna formalità d'etichetta. Ospite forzato del Granduca, presso il quale pochi giorni dopo lo raggiungeva la principessa Maria Teresa che da Nizza a Livorno corse pericolo di naufragare col figlio, Carlo Alberto portava attorno per la città la sua faccia seria e triste che la gente avvezza a veder sempre volti gioviali guardava con meraviglia. Gli toccava andar qua e là con la Corte, a Siena per assistere a noiose e interminabili processioni, a Prato per un'orribile corsa di cavalli; e seguiva il Granduca, ringiovanito e ringarzullito dal secondo matrimonio che in cappello di paglia e con le ghette visitava le sue tenute, a piedi, dando una tastatina ai foraggi e un'occhiata alle biade, come un buon proprietario. Una parte dell'estate si passava al Poggio Imperiale, donde il Granduca scendeva a piedi in città: la sera passeggiata alle Cascine, frequentatissime dai forestieri, e al teatro quando non c'erano ricevimenti a Corte. Il Principe di Carignano, avvilito, malvisto, chiudendo in cuore come un rimorso il segreto della sua condotta, passava dalle cupe tristezze alle distrazioni mondane, delle quali al suo buono e leale scudiere, al suo Sancho Panza, Silvano Costa, toccavano alle volte le più difficili soluzioni. Il 16 settembre 1822, accadde alla Villa del Poggio un fatto che per poco non tolse all'Italia il suo futuro liberatore. La nutrice del piccolo Principe di Carignano, volendo con un cerino ammazzare le zanzare, dette fuoco allo zanzariere del letto di Vittorio Emanuele; e vedendo il letto in fiamme, per salvare il fanciullo che ebbe soltanto alcune ustioni in tre parti del corpo, rimase talmente offesa da correr pericolo della vita. Alla principessa Maria Teresa, che due mesi dopo dava in luce il principe Ferdinando, futuro Duca di Genova, dovettero levar sangue per lo spavento avuto.

Il 18 giugno 1824, dopo cinque giorni di malattia, mentre tutta Firenze e la Toscana trepidava per la sorte del Principe, Ferdinando III moriva. Quella morte parve una pubblica sventura: la gente piangeva per le strade, ed eran lacrime vere, spontanee, sincere, e piangevano gli esuli che del principe buono riconoscevano le virtù, e i liberali che ne sapevano a prova la tolleranza. Il Landor, fa del Granduca un degnissimo ritratto, in un de' suoi Dialoghi immaginari, e ne riferisce gli ultimi detti al figliuolo Leopoldo: «Abbi cura di mia moglie, di tua sorella e del mio popolo.» E poi dopo una pausa: «In queste circostanze si chiudono i teatri per un tempo assai lungo: ma molti, che ci campano, ne soffrirebbero; abbrevia il lutto di Corte!»