Oggi, ripeto, questo tipo è scomparso; oggi il cospiratore è un tipo storico, o, meglio ancora, un oggetto da museo.
Ma sono del pari scomparse le abitudini morali, le pieghe, le inclinazioni, che certe vicende passate stampano talvolta nel carattere dei popoli? Non credo, e mi pare altresì che il modo, con cui da molti s'intende e si pratica oggi in Italia la libertà, quello stretto rinchiudersi entro ai partiti, oggi più personali che politici, quella fiacca prontezza di abdicare al libero arbitrio del proprio giudizio dinanzi a qualunque audace vanità, che sembri persona, siano in gran parte generazioni e putrefazioni finali di abitudini cospiratorie, con questo di più e di peggio, che il grande ideale patriottico, da cui erano nobilitati e scusati i vizi intrinseci delle cospirazioni, quel disinteresse, quell'abbandono di sè, quella costanza nel soffrire, quel sacrificio, che saliva talvolta fino all'eroismo, hanno ceduto il campo all'egoismo, alle volgari ambizioni, alle più ignobili cupidigie.
Gli storici più gravi del nostro risorgimento politico, sono, in generale, severissimi a tutto questo periodo delle cospirazioni. Spesso aveano cospirato ancor essi, ma poichè si tratta d'un periodo, che alla superficie si rivela in tentativi o non riesciti o riesciti male, è raro che si consenta volentieri di averci prestato mano.
Comunque, ci troviamo qui ad un'altra difficoltà, per non dire ad un altro mistero psicologico singolarissimo.
C'è la blaga (Giosuè Carducci ha detto di recente che questo è un francesismo, il quale nelle presenti condizioni morali dell'Italia, s'impone assolutamente al nostro dizionario), c'è dunque la blaga dell'aver trescato nelle più perigliose avventure delle cospirazioni politiche, anche quando non era vero, e c'è la blaga del non averci mai nè poco nè molto aderito o cooperato, anche quando s'era fatto l'uno e l'altro, e forse di più.
Fatto è, che molti dei maggiori uomini del nostro Risorgimento, il D'Azeglio, il Capponi, il Ricasoli, il Cavour, il Minghetti non hanno lasciato passare occasione di dichiarare, che a cospirazioni politiche non avevano mai appartenuto. Lo dicevano; ed eran uomini quelli, ai quali si può e si deve credere.
Fermiamoci nondimeno all'esempio del Capponi soltanto. Tutte le polizie d'Europa lo hanno in sospetto di cospiratore; tutti i cospiratori lo credono cosa loro, e quando il confessare d'aver cospirato divenne un titolo di merito senza pericolo, egli dichiarò che questa gloria, se gloria era, non gli apparteneva.
Se non che forse a lui stesso, in un tempo, in cui tutto un moto di civiltà liberale convergeva in Firenze verso di lui (è questa la vera grandezza della figura di Gino Capponi), in un tempo, in cui si cospirava con tutto, colla letteratura, colla musica, coll'Antologia, coll'Archivio Storico, col Gabinetto Vieusseux, cogli Asili d'infanzia, colle casse di risparmio, coi perfezionamenti dell'agricoltura, a lui stesso, dico, sarebbe veramente stato difficile dire appuntino se e quanto avea cospirato, anche se si voglia ammettere che l'aver tentato nel 21 di stabilire relazioni ed accordi fra i Carbonari Lombardi e i Federati Piemontesi, come risulta dalle sue lettere, fosse un non esser mai entrato per nulla nelle cospirazioni.
Sia pure. La corrompitrice necessità del cospirare, creata da governi feroci di paura, non scusa per la coscienza di certi uomini l'immoralità intrinseca della congiura.
Sia pure. Ripugna ad un animo elevato rinunciare ad una setta la libertà dei propri atti e dei propri pensieri.