Sia pure. È da far gran tara su certe glorie delle cospirazioni, ed i galantuomini in tutto quel moto sotterraneo si sono purtroppo trovati a contatti immondi ed a partecipare, volenti o no, a responsabilità da far rabbrividire. Lo seppero a loro spese i poveri cospiratori bolognesi del 1843, che il Governo pontificio trovò modo di coinvolgere in una stessa condanna con ladri ed assassini.
Non per questo è giusto che la storia non riconosca nulla di bene in tutto questo periodo segreto di preparazione del risorgimento italiano. Il detto di Ugo Foscolo: «a rifare l'Italia bisogna disfare le sètte» è un teorema santo di politica, che forse sarebbe bene ricordare di più anche oggi, ma non è, nè può essere un giusto criterio di storia per giudicare quella storia. Bisogna riportarsi a quei tempi dal 1815 al 1831, bisogna ricordarsi che per i più la cospirazione era allora il solo arringo, la sola forma, in cui l'amor patrio poteva tradursi, che quell'ampia visuale, la quale oltrepassa la stretta cerchia degli amici e corregge le fisime della meditazione solitaria, era del tutto interdetta, allorchè Napoli e Torino parevano più segregate da Firenze e Bologna, che non lo sia oggi Calcutta; bisogna ripensare alla ferocità di tirannie indigene, che facea talvolta acclamare per salvatori gli Austriaci, come accadde a Bologna nel 1832: all'ignavia, alla corruttela dei volghi in cenci od in falda, da cui i cospiratori si sentivano circondati (l'Italia dello Stendhal non è in tutto l'Italia vera, ma in parte era così); bisogna richiamarsi a mente tutto questo e la conclusione, se vuole esser giusta, potrà deplorare i delirii, le colpe, gli errori; potrà magari bollare a fuoco la compagnia malvagia e scempia, in cui per una trista necessità uomini dabbene si trovarono spesso mescolati, ma non avvolger tutto e tutti in una stessa condanna. E si vedrà inoltre che giudicando i varii moti italiani innanzi al 1859 non per quello che paiono, una serie discontinua di più o meno grandi catastrofi, ma per quello che sono, una preparazione interrotta soltanto per ripigliare nuova vita, la luce del trionfo finale illumina da cima a fondo tutto quell'immane travaglio e fa risplendere al loro posto nella storia gli operai della prima e quelli della ultima ora.
La Carboneria, che fra le sètte politiche fu la più larga, la più complessa, la più adattabile e la più facilmente trasformantesi secondo i luoghi, la Carboneria era una figliazione della Frammassoneria. Furono i Napoletani, che la portarono in Romagna, durante le due spedizioni di Gioacchino Murat, quella vituperosa del 1814 e quella disperata del 1815, nella quale almeno si mosse e cadde con una sola bandiera, la bandiera dell'indipendenza italiana.
Le false promesse di libertà, date dall'Austria all'Italia nel 1809 e ripetute a nome degli Alleati dal Conte Nugent e da Lord Bentinck nel 15, nonchè la reazione, promossa ovunque e specialmente in Italia dal Congresso di Vienna e dai principi restaurati, diedero incitamento e principio al lavorìo arcano delle sètte e delle cospirazioni politiche. Un partito liberale e nazionale s'era già venuto formando fino dagli ultimi tempi del Regno Italico, e s'era formato appunto nell'opposizione alla prepotenza napoleonica, che della nuova vita ridata all'Italia volea valersi per sè e nulla più. Ben presto quest'opposizione s'era mutata in società segreta e ad una società cosiddetta dei Raggi, che avea il suo centro a Bologna, accenna il Botta, che forse le appartenne. Seguono gli Anti Eugeniani in Milano, disonoratisi colla giornata del 20 aprile 1814 e coll'eccidio del Prina, la cospirazione degli ex generali Cisalpini ed Italici, il Pino, il Lechi, lo Zucchi, il Fontanelli, quella degli Indipendenti, che progettava di dare scettro e corona a Napoleone confinato all'isola d'Elba, e finalmente qualche reliquia di tuttociò fa gruppo nel tentativo e nel proclama di Rimini di Gioacchino Murat del 30 marzo 1815, dal Manzoni creduto la gran parola.
Che tante etadi indarno Italia attese,
a cui Pellegrino Rossi prestò il concorso della sua mente e del braccio giovanile, che trovò scarsi seguaci, un migliaio appena, dice il Farini, e che finì tra diserzioni e tradimenti, ma incominciò nelle Marche e in Romagna il periodo dei supplizi, delle carcerazioni e degli esigli per causa politica e per contraccolpo quello delle cospirazioni settarie. L'impresa del Murat avea troppe ragioni vicine e lontane da non riescire, e non riescì. Lasciò però uno strascico di simpatie e di gratitudine. Dopo la battaglia della Rancia, tra Macerata e Tolentino, quando il suo esercito fuggiva in dirotta dinanzi al nemico incalzante, Gioacchino, per salvare Macerata dal saccheggio, lo fece passare fuori dalle mura della città, e a lui, che partì ultimo e voltandosi sul cavallo salutava con la mano, rispondevano dalle mura e dalle case i cittadini con gesti e con grida affettuose, e corse anzi poscia e durò a lungo un detto popolare a tutto onore di Gioacchino: Tra Chienti e Potenza (i due fiumi che bagnano la collina di Macerata) tra Chienti e Potenza finì l'indipendenza.
Finita no, finchè durava il desiderio di ricuperarla. Qui infatti si riattacca il filo dei tentativi, che seguirono.
Guelfi son detti i Carbonari delle Marche dopo il 15 e si diramano di qui in Romagna e in tutte quattro le Legazioni, variando nomi e forme secondarie, ma sempre con un intento comune, nè bisogna credere che i nomi diversi significhino sètte diverse od in opposizione le une colle altre.
Accadrà anche questo, ma per ora tali variazioni e frastagliamenti settari di Guelfi, Adelfi, Maestri Perfetti, Turba, Siberia, Fratelli Artisti, Difensori della patria, Bersaglieri Americani, e via dicendo, che si riscontrano qua e là nei documenti sincroni, altro non sono che artifici settari, e qualche volta riforme (come le chiamavano) per lo più ordinate ad ogni tentativo d'azione mal riuscito; singolare fortuna di questa parola: riforma, la quale è comune ai Protestanti, alla Chiesa Cattolica e alle sue fraterie, come alle sètte politiche ed alle loro trasformazioni, ed oggi non serve più che per tenere a bada la buona gente ad ogni nuova crisi ministeriale.
Il primo tentativo dei Guelfi Marchigiani, a cui le Romagne non giunsero in tempo ad associarsi, è quello della notte di San Giovanni, 23 giugno 1817, il quale, se anche ebbe un principio d'esecuzione, fu così poca cosa, che neppure quel Pani Rossi, il quale ha noverate 171 ribellioni dei sudditi pontifici, se ne è ricordato. A leggere le sentenze di condanna, che son tre, a vedere il numero e la qualità dei condannati si direbbe trattarsi poco meno che dell'inglese gun powder plot ai tempi di Giacomo I, ma in quella vece pare che i congiurati non fossero neppure in tempo a dar fuoco a quattro caldaie di pece, che insieme con alcuni razzi dovevano dalla torre di Macerata segnalare alle città vicine l'avvenuta rivoluzione e quindi con un seguito di fuochi accesi di monte in monte (il solito telegrafo dei cospiratori) recarne l'annunzio sino a Bologna. In sostanza non accadde nulla, il che non impedì la ferocità enorme dei castighi, e due fatti individuali, ma storicamente istruttivi, meritano soltanto di venire notati, l'uno che il conte Cesare Gallo, gran dignitario Carbonaro e supposto capo del tentativo rivoluzionario di Macerata, tradì la Carboneria e divenne un fidatissimo Papalino: l'altro, che quel monsignor Tiberio Pacca, il quale, come Governatore di Roma, firmò nel 1818 le sentenze contro i Carbonari di Macerata, fu nel 1820 denunciato al Papa per Carbonaro e dovette salvarsi fuggendo in Francia dall'essere processato e carcerato lui pure.