Queste le prime cospirazioni e il primo tentativo rivoluzionario nelle Marche e in Romagna. La bandiera, che era caduta dalle mani di Gioacchino Murat e che non avevano potuto rialzare i rivoluzionari di Macerata, fu raccolta e salvata nei nascondigli delle sètte. D'ora in poi la Romagna è veramente quell'Italia che, a proposito delle cospirazioni politiche di quel tempo, Carlo Didier descriveva nella sua Rome souterraine. Forse nessuno di voi ricorda questo libro della più lussureggiante vegetazione romantica, nel quale da ragazzo mi deliziavo e che oggi forse purtroppo neppure i ragazzi, istruiti secondo i dogmi della pedagogia positivista, leggono più. Dico purtroppo, perchè la grulleria romantica (se tale era) passava coll'età, e le altre durano tutta la vita.
«L'Italia (scriveva il Didier) è come l'antico Egitto un paese di misteri.... Quando la sua superficie è più calma e tutta vestita di fiori, è forse allora che la mina arde e sta per scoppiare.» Nonostante il tono apocalittico, il Didier dice il vero nello stesso modo che, scendendo a particolari, riscontrai descritta tal quale nelle Memorie di un cospiratore Ravennate, che lessi manoscritte e delle quali ho vista ora annunziata la pubblicazione, la scena, per esempio, dell'ammissione o iniziazione Carbonaresca. Non c'è di più nel Didier che una parte drammatica (la quale però chi sa quanti riscontri ebbe allora nella realtà), quella del Carbonaro spergiuro, che fra le perfide carezze d'una bellissima principessa romana s'è lasciato trarre di bocca il segreto della setta ed ha involontariamente denunziato i compagni. Quando costoro si trovano insieme, si sente a un tratto il grido d'allarme delle scolte, i Carbonari scompaiono come per incanto in una bodola, che si rinchiude sopra di essi, e birri e soldati trovano vuota la sala delle adunanze dove i lumi ardono ancora, e l'iniziato, un diplomatico russo, pende ancora cogli occhi bendati, da una croce sul cosiddetto calvario Carbonaresco.
Anche questa scenografia spettacolosa non è del romanzo soltanto, ma appartiene in realtà al cerimoniale della setta.
È ridicola, ma storicamente è importante: in primo luogo perchè è tradizione Massonica, in secondo luogo perchè è diretta, si vede, a colpire fortemente l'immaginazione e la sensibilità degli affigliati.
Quanto all'ordinamento della Carboneria, di cui oggi si conoscono molte trascrizioni, esso era composto, come già accennò il Nitti, di un'alta Vendita (parola simbolica, come ben capite) risiedente in Parigi, distinta in Vendite nazionali e in Vendite centrali per ogni stato (le vedremo funzionare nella Rivoluzione del 31), le quali alla lor volta erano composte di Vendite d'apprendisti e di Montagne di Maestri. Cinque Maestri e due Apprendisti formavano una Vendita centrale.
Era unitario o federale per l'Italia il fine politico, a cui mirava la Carboneria? Non pare che lo determinasse mai bene del tutto, se di ciò tanto acerbamente la critica Giuseppe Mazzini, il quale vi si ascrisse nel 1827, cinque anni prima cioè, ch'egli fondasse con programma unitario la Giovine Italia.
Certo è però che unitaria era una famosa Costituzione Latina, giurata dai Carbonari a Bologna nel 1818 in casa del principe Hercolani; unitaria pure la Repubblica Ausonia, che i cospiratori del 18, del 19 e del 20 si proponevano di fondare. Ma dopo quello che, come avete sentito dal Nitti, accadde a Napoli nel 20, e quello che accadde a Bologna nel 31, quest'è ormai una questione accademica, che non serve a nulla.
Più importante è conoscere gli uomini, penetrare, se è possibile, nell'animo di coloro, che si ponevano a questo sbaraglio, a questo cimento mortale delle congiure. Permettetemi di ricordare fra i tanti un tipo singolarissimo, di cui ho scritto più volte, ma di cui avrei rimorso a non farvi parola in questa occasione. Le sue Memorie le ha scritte sua figlia in un libro mal congegnato, ma che fa piangere, perchè di certo fu scritto piangendo. Egli è Vincenzo Fattiboni di Cesena. V'è un'unità di tragedia classica nella vita di quest'uomo e bastano le date a narrarla tutta. Nel 1811 è Frammassone a Milano: nel 15 segue l'impresa di Gioachino Murat; nel 17 prende parte al tentativo di Macerata; nel 18 è condannato a dieci anni di galera; ne esce nell'ottobre del 28; nel 29 è di nuovo a capo della Vendita Carbonaresca di Cesena; nel 31 decreta la decadenza del potere temporale dei Papi insieme coi rivoluzionari della Costituente provvisoria di Bologna; nell'anno stesso va in esilio a Corfù; vi resta fin verso il 1848; segue coll'animo e coll'opera le immense speranze di quell'anno: non può reggere alle profonde disillusioni e ruine del 1849, e il 12 maggio 1850 dispera un'ultima volta e si uccide.
Difficile rassomigliare ad un tipo come questo, veramente eroico e sublime nella semplicità della sua fede e nella costanza del suo patriottismo, e certo, accanto a lui, non mancano pur troppo i deboli, i vanagloriosi, i farabutti, i falsi martiri; non mancano i sopravvissuti a questo tenebroso tempo delle cospirazioni, la liquidazione commerciale del patriottismo dei quali non finisce mai.
Ma molti altri s'accostano almeno per purezza e grandezza morale al Fattiboni e, se ne avessi il tempo, vorrei annoverarli a uno a uno, perchè essi sono tanto più meritevoli di ricordo, in quanto lottavano con un'infamia di governo, di cui voi altri Toscani, anche sotto quell'accidia degli ultimi Medici e degli ultimi Lorenesi, non potevate farvi neppure un'idea lontana: un governo, che vedendo non bastargli gli eccessi della repressione, la falsità dei giudizi, le immanità tutte d'un potere, che non si difende, ma si vendica, giunse persino al segno di contrapporre sètte a sètte, congiure a congiure, aspettando di bandire, come fece il cardinale Bernetti nel 1831, con una pubblica notificazione, la guerra civile.