Queste sètte si chiamavano i Pacifici, i Sanfedisti, i Centurioni (a Faenza, in opposizione ai liberali, i Cani e Gatti), e ammirando la stupenda invenzione, le imitarono il Duca di Modena coi Concistoriali, i Borboni di Napoli coi Calderari, l'Austria coi Ferdinandei. Che intreccio d'iniquità, di dolori, di misfatti! La buon'anima di Cesare Cantù ha osato dire che tutte queste sono invenzioni di rivoluzionari. Ma l'espediente è troppo disinvolto dinanzi alla realtà di fatti orrendi, che i vecchi in Romagna, nelle Marche, nell'Umbria hanno visti cogli occhi loro e ricordano ancora, e per accertare i quali si sarebbe potuta invocare, sto per dire, la testimonianza di Pio IX, che, Vescovo d'Imola, ne piangeva a calde lagrime, o si potrebbe invocare anche oggi quella di Leone XIII, se volesse parlare.
Contuttociò non cessa in Romagna il fermento delle sètte liberali, anzi dopo le repressioni del 1818 aumenta sempre più, e tanta è la paura del governo che neppure Lord Byron per amore della bella Guiccioli e Lady Morgan per diporto possono nel 19 e nel 20 penetrare in Romagna, senza che la loro corrispondenza epistolare sia per ordine di Roma aperta e trascritta.
Quali erano però gli effetti palesi di tutto questo gran cospirare dei liberali e di tutto questo loro fermentare e agitarsi nell'ombra? Scoppia a Napoli una rivoluzione nel 20, un'altra in Piemonte nel 21, ed in Romagna nessuno si muove. Gli Austriaci passano e ripassano nell'andare e tornare da Napoli, e nessuno torce loro un capello. C'è di peggio! A Cesena molti ufficiali austriaci si danno a conoscere per Carbonari, e i liberali li festeggiano. Che diavolo di confusioni, di allucinazioni e di garbugli è mai questo? Ma appunto è gran segno dell'immensa e profonda infelicità di quel tempo! Tanto più che neppur l'inazione sconclusionata delle sètte liberali calmava la feroce paura del Governo, sicchè nel 24 mandava in Romagna dittatore il cardinale Rivarola, una specie di Duca d'Alba mitrato, il quale con una sola sentenza condannò per cospiratori 508 persone.
Divenne un punto d'onore pei Carbonari non lasciar uscir vivo di Romagna questo pretaccio, non si sa se più pazzo o ribaldo. Tentarono più volte, giacchè questo abbominio dell'assassinio politico non ripugnava loro e nel caso presente pareva una vera giustizia di Dio. Ma lo era così poco, che il colpo, diretto a lui, toccò al suo caudatario; ed ecco che, fuggito il Rivarola, sopravviene a vendetta un monsignor Invernizzi, il quale manda subito al patibolo cinque Carbonari, molto probabilmente innocenti, e ne imprigiona tra colpevoli o solamente sospetti a centinaia. Non basta. Monsignore ebbe all'ultimo un'ispirazione veramente infernale. Bandì che ormai egli avea nelle mani tutti i nomi dei settari e dei più o meno aderenti, che nessuno quindi potea sperare di salvarsi da lui, ma che nondimeno egli perdonerebbe a chiunque confessasse le proprie colpe, se ne dichiarasse pentito, accusasse i complici e promettesse di non peccare mai più.
Quest'atto si chiamò far la spontanea e le fantasie eccitate e terrorizzate furono colte da siffatta specie di sgomento e di delirio, che le genti corsero a frotte e fecero la spontanea quegli stessi, che nulla avevano da confessare.
Tali le arti del governo dei preti in Romagna, e se le sètte ne riceverono per allora un colpo mortale, il governo però venne a schifo anche agli uomini più miti, più sottomessi, più religiosi e più alieni da congiure e da sedizioni popolari.
Ogni classe partecipò più o meno a tale disprezzo ed in ciò sta la spiegazione del particolarissimo carattere, calmo, concorde, dottrinario, festaiolo e quasi idillico, che ebbe la rivoluzione scoppiata in Bologna la notte del 4 febbraio 1831.
Il 10 febbraio 1829 morì Papa Della Genga, che avea regnato cinque anni col nome di Leone XII.
Era di carnevale, e Pasquino in Roma cantava:
Tre gran danni ci festi, o padre santo: