Del mal di tutti,
e scusate la digressione, permettendomi di soggiungere solamente, che è proprio peccato non sia il Principe di Talleyrand vissuto tanto da vedere anche la caduta di Luigi Filippo; e questo Marc'Aurelio della monarchia borghese, come lo chiamava Enrico Heine, andarsene da Parigi col suo ombrello verde da un braccio e sua moglie dall'altro. Era la volta che il Principe di Talleyrand, per ultimo sacrificio alla patria, si lasciava nominare Presidente della Repubblica. Che bel modello allora e come completo per gli opportunisti politici dell'avvenire!!
A vedere però impunito un simile strappo ai trattati del 15, com'era la Rivoluzione francese del 1830, tutti gli oppressi alzarono la testa; ed ecco il Belgio, la Polonia, alcuni Stati tedeschi in rivoluzione e tutta l'Italia centrale agitata, i Ducati e le Romagne in particolare.
Non aveano già le Potenze aiutata la rigenerazione della Grecia? non riconoscevano oggi in Francia un mutamento di dinastia, ottenuto con una rivolta? Nè basta.
Esisteva un avanzo di Comitato Filelleno a Parigi, mutatosi in dilettante cosmopolita di rivoluzioni e in promotore di risurrezioni di popoli latini da opporre alla Santa Alleanza delle Potenze del Nord. Non era una setta, ma s'intendeva colle sètte, le dirigeva, e si teneva in segreti rapporti coi liberali più noti e più operosi d'ogni paese.
Inutile dire che il capo di questo permanente Olimpo rivoluzionario era il signor di Lafayette, da mezzo secolo impresario di rivoluzioni.
Un'ambizione satanica spinse persino Francesco IV di Modena a prestar orecchio agli incitamenti di quel Comitato e la Carboneria per mezzo di Enrico Misley, un modenese d'origine inglese, strano tipo di commesso viaggiatore delle cospirazioni, inciampò in questo intrigo, di cui Ciro Menotti fu la più nobile vittima, perocchè quando al Comitato di Parigi s'accostarono i congiurati Orleanisti e le giornate di luglio ebbero surrogato Luigi Filippo a Carlo X, il Duca di Modena pensò bene di levar subito i piedi dal mal passo e propiziarsi l'Austria, se mai diffidava di lui, dando addosso ai suoi amici del giorno innanzi.
Il 3 di febbraio 1831, appena fu notte, circondò la casa di Ciro Menotti, dove sapeva adunati i congiurati, e sfondandone a cannonate la porta, li ebbe tutti in sua mano, nonostante l'accanita resistenza, che opposero. La notte stessa il Duca scriveva al Governatore di Reggio una letterina, che è un gioiello: «questa notte è scoppiata contro di me una terribile congiura. I cospiratori sono in mia mano. Mandatemi il boia.»
La notizia di ciò ch'era accaduto a Modena, fece rompere ogni indugio ai cospiratori di Bologna. L'occasione pareva propizia, e non bisognava lasciarla passare. Era tempo di Sede Papale vacante per la morte di Pio VIII, ed ai rivoluzionari romagnoli questo interregno è sempre parso molto opportuno alle sommosse. I cardinali erano in conclave, ma a Bologna, quando la Rivoluzione scoppiò, non si sapeva ancora della elezione di Gregorio XVI. Oltredichè il governo di Luigi Filippo bandiva forte e piano, dalla tribuna parlamentare col Lafitte, il Dupont de l'Eure, il generale Sebastiani, che la politica estera della nuova monarchia si fondava sul gran principio del non intervento, ed all'orecchio degli esuli, degli emissari italiani e dei loro amici francesi sussurrava che procedessero pure avanti tranquilli e che la Francia avrebbe impedito all'Austria di muoversi.
Guglielmo Pepe, con in tasca tanto di lettere del maresciallo Gérard, del generale Lamarque e del Lafayette cercava già di mettere assieme armi ed armati per accorrere in aiuto della sollevazione.