A Bologna quindi, i cospiratori, per non perder più tempo e profittare di tal cumulo di buone fortune, la notte del 4 febbraio 1831 occuparono la piazza maggiore e atterrito con grida sediziose un pusillo balordo di Prolegato Papale, che si chiamava monsignor Paracciani-Clarelli, in poco d'ora l'ebbero persuaso a cedere il governo ad una commissione provvisoria, di cui gli dettarono i nomi ed a cui egli diede tutti i poteri.

La rivoluzione era bell'e fatta, e come una striscia di polvere da fuoco, accesa dall'un de' capi, divampò in un baleno e s'estese a tutto lo Stato pontificio da Bologna a Ferrara, nelle Marche e nell'Umbria.

Secondo l'aritmetica del Pani Rossi era la 166ª volta, che questi popoli si scuotevano di dosso il giogo papale!

A così spaventevole facilità anche il Rogantin di Modena s'impaurì e scappò a Mantova, traendosi dietro Ciro Menotti, del cui silenzio si volle poi assicurare facendolo strangolare, e Maria Luigia riparò da Parma a Piacenza. Ecco dunque Modena e Parma libere anch'esse.

Ma questo era quello che si vedeva! Quello che non si vedeva, e che i felici rivoluzionari ignoravano ancora e seppero di poi a loro spese, era che Luigi Filippo giuocava a partita doppia e che per un bene inteso spirito di conservazione gli premeva assai più di viver lui, che salvar essi e la loro rivoluzione.

Gli avea quindi pasciuti d'erba trastulla ed eccitati ad agire per intimorire l'Austria e mostrarsi padrone di sguinzagliarle addosso la rivoluzione; e l'Austria dal canto suo, pur d'aver mano libera in Italia, avrebbe riconosciuto anche il diavolo per re di Francia.

«Che volete? (diceva il Metternich al conte di Pralormo, ambasciatore di Sardegna a Vienna) non siamo più al felice 1815; se, come allora, l'Europa avesse ancora settantamila soldati alle frontiere di Francia, direi di correre senz'altro su Parigi e finirla una buona volta con questa perpetua rivoluzione. Ma a far ciò adesso, ci sarebbe da attizzare mille dissensi, e da mettere in fiamme l'Europa. Quello che preme è tenere a freno l'Italia e di questo m'incarico io.»

Intanto per spaventar esso pure Luigi Filippo diede mano ad un altro espediente, si sforzò cioè di persuaderlo che il Bonapartismo levava la cresta in Francia ed in Italia e che stava all'Austria, carceriera del Duca di Reichstadt, il figlio di Napoleone, di aiutare o sventare queste mène, le quali (badasse bene) non minacciavano che lui, Luigi Filippo, lui in persona. «Se ci si costringesse a lottare per la nostra esistenza (scrive all'ambasciator d'Austria a Parigi il 18 gennaio 1831), non siamo poi così angeli da non far fuoco con tutte le nostre armi. Non ci sommuovano l'Italia. Questo per oggi chiedo, e non mi pare di essere indiscreto.» Intanto l'imperatore Francesco, facendo l'imprudente per la prima volta in sua vita, diceva piano al giovine Duca di Reichstadt, ma in modo che tutti sentissero: «ragazzo mio, tu non hai che a mostrarti sul Ponte di Strasburgo, e l'Orleanese è spacciato!» E il Metternich rincarava, scrivendo il 15 febbraio a Parigi: «non ci secchi Luigi Filippo in Italia, perchè c'è un mezzo di farlo pentire di ciò, e questo mezzo è nelle nostre mani!»

Le apparenze aiutavano il giuoco del Metternich. Appena caduto Carlo X, Giuseppe Bonaparte s'era offerto all'Imperatore d'Austria di ricondurre esso in Francia il Duca di Reichstadt. La contessa Camerata, figlia di Elisa Baciocchi, era corsa a Vienna e con audacia di donna napoleonica era riescita a vedere il Duca di Reichstadt e parlargli. Dal 1º al 5 marzo 1831 i Bonapartisti s'agitavano a Parigi. Due tentativi effimeri s'erano pure verificati in Roma stessa nel dicembre del 1830 e nel febbraio del 31 ed erano stati tutta opera dei Bonaparte dimoranti in Roma. Nelle file dei ribelli romagnoli militavano finalmente due figli di Luigi Bonaparte, l'ex re d'Olanda, e la loro madre Ortensia era accorsa ancor essa.

Tuttociò serviva al Metternich, il quale mandò a Parigi copia d'un proclama dei rivoluzionari romagnoli, che salutava re d'Italia il Duca di Reichstadt, e la notizia che a capo del governo rivoluzionario di Bologna era un conte Pepoli, marito di Letizia Murat, il qual Pepoli alla testa degli insorti bolognesi avea altresì rovesciato il Duca di Modena; tre menzogne in una, perchè il proclama non esisteva, il conte Carlo Pepoli, che facea parte del governo di Bologna, non era niente affatto il marito di Letizia Murat, e il Duca di Modena era scappato da sè senza aspettare la spinta di nessun conte Pepoli, che lo scacciasse.