Ciò nonostante produssero l'effetto che il Metternich si proponeva, aiutato in ciò dal cardinale Bernetti, segretario di Stato del nuovo Papa, il quale, d'intesa col Metternich, dipinse esso pure al Saint-Aulaire, ambasciatore di Francia in Roma, il moto delle Romagne come tutto Bonapartista. Luigi Filippo, che non dimandava di meglio, s'affrettò a far conto di credergli per lavarsi le mani di quella buona pasta di rivoluzionari, i quali s'aspettavano di vederlo da un momento all'altro scender dall'Alpi con un esercito per salvarli dall'Austria.
Armati di questa eroica fiducia e senza saper nulla naturalmente della burrasca, che s'andava addensando sulle loro teste innocenti, anzi gonfiandosi il cervello e la bocca colla gran parola (come la chiamava il Metternich) del non intervento, i rivoluzionari di Bologna procedevano intanto franchi e sereni per la loro strada.
Andatosene il Prolegato, si costituì un governo provvisorio, il quale tre giorni dopo dichiarava cessato di fatto e di diritto il dominio del Romano Pontefice.
Non parliamo delle riforme amministrative e giudiziarie, a cui posero mano. Prevalevano anche qui gli avvocati e si può credere, se si stancavano di disputare e di legiferare.
Ciò che più importa, come precedente storico, è che riunirono a Bologna un'assemblea di tutte le Provincie ribellatesi, la quale solennemente confermò cessato il dominio temporale dei Papi, diede forma rappresentativa al governo, creò un Ministero responsabile e finalmente comandò che le truppe (quelle che c'erano!) marciassero alla volta di Roma.
I fatti d'arme della rivoluzione del 31 si possono distinguere in due gruppi: quelli del generale Sercognani e quelli del generale Zucchi, ma notevolissimo è il riapparire nel piccolo e sprovveduto esercito di questo Governo delle Provincie Unite, come s'intitolò, di tanti veterani dell'esercito napoleonico, molti dei quali neppure all'appello del Murat nel 15 si erano mossi. Il Sercognani, lo Zucchi, l'Armandi, il Grabinski, il Molinari, il Ragani, il Guidotti, il Pasotti e tanti altri erano tutti vecchi soldati di Napoleone.
Il Sercognani espugnò Ancona; espugnò, per modo di dire, giacchè il Papalino, che la difendeva, si arrese dopo due giorni per mancanza di viveri.
Le scaramuccie del Sercognani a Borghetto, a Calvi, a San Lorenzino, alle Grotte sono poco importanti. Egli giunse però sino ad Otricoli e lo spavento in Roma fu tale, che il Papa, quando seppe il Sercognani così vicino, fece liberare i poveri detenuti politici di Civita Castellana (lo Spielberg del governo pontificio) alcuni dei quali erano condannati in vita. La paura lo rendeva clemente! Perchè non corse allora il Sercognani su Roma e si fermò invece a badaluccare a Rieti, che facea mostra di resistere? Il fatto è dubbio ed oscuro; e l'episodio, che più rimane alla storia, è che col Sercognani militavano i due Bonaparte, figli della regina Ortensia, Napoleone e Luigi Napoleone, quegli che fu poi Napoleone III.
A San Lorenzino Napoleone III fece le sue prime armi. (Povero Napoleone III! Non se ne dimenticò mai più, e non lo dimentichiamo noi, perchè saremmo peggio che ingrati!) Avvenne, che nel dar la caccia a una torma di briganti ciociari, reclutati dal cardinal Bernetti in difesa del trono e dell'altare, Napoleone colla pistola in pugno fe' cader di mano il trombone ad uno, che lo avea preso di mira, e passando oltre gli disse: «va'! che ti dono la vita!» In quella un altro ciociaro, raccolto il trombone caduto, glielo appunta alle spalle e se non era un maresciallo Martelli dei carabinieri, che con una sciabolata lo stese morto, quelle prime armi di Napoleone III erano le ultime, e San Lorenzino avrebbe impedito Magenta e Solferino.
L'altro gruppo di fatti d'arme appartiene al corpo dei volontari guidati dal generale Zucchi, ed è più glorioso, perchè fu contro gli Austriaci (nemici più degni dei Papalini), ma segna altresì la fine della Rivoluzione.