Il general Zucchi non fu nominato comandante in capo, che quando già si sapeva delle mancate promesse di Francia e dell'intervento Austriaco. Poco dopo il Governo delle Provincie Unite riparò da Bologna in Ancona. Ma ecco sopraggiungere in gran forze gli Austriaci, che già aveano occupata Bologna il 21 marzo. Lo Zucchi si preparò a resistere a Rimini, ove tenne testa con poco più di 1200 uomini a sei o settemila austriaci, comandati dal generale Geppert. Aspra fu la battaglia combattuta il 25 marzo, la più gloriosa giornata di tutta la Rivoluzione del 1831. Lo Zucchi si ritirò in buon ordine e si disponeva a ridar battaglia in migliori condizioni alla Cattolica, ma il giorno stesso il Governo delle Provincie Unite avea, per consiglio del suo Ministro della Guerra, l'Armandi, deliberato in Ancona di capitolare col Legato del Papa; capitolazione in piena regola, sottoscritta solennemente hinc inde il 27 di marzo e disdetta poi dal Papa e dall'Austria con un buon accordo, che fa il più grande onore alla lealtà di tutti e due.

Contando dal 4 febbraio, che la rivoluzione scoppiò, al 21 di marzo, che gli Austriaci entrarono in Bologna, la Rivoluzione del 1831 si suol chiamare in Bologna e in Romagna la Rivoluzione dei 44 giorni. Ma sarebbe più giusto chiamarla dei 48, perchè, se avea vissuto un po' alla spensierata, a Rimini almeno un pugno di volontari, armati alla peggio, lottò valorosamente contro un nemico agguerrito e soverchiante e salvò l'onore del nome e delle armi italiane.

Contuttociò le Rivoluzione del 31 trovò negli storici e negli statisti giudici severissimi, ed ironie e dispregi, dei quali amaramente si risentirono gli onesti e buoni patriotti, che vi presero parte, e che, se errarono (e certo errarono molto), non meritavano ad ogni modo d'essere trattati così. Chi può dar loro torto del tutto d'aver creduto alle promesse e alle parole della Francia? Il massimo loro errore è di averci creduto troppo, d'aver creduto solo in quelle, e d'aver troppo persistito a crederci, mal giudicando l'indirizzo di tutta la politica Europea, che già nettamente si disegnava, ed a cui apertamente s'associava lo stesso Luigi Filippo, quando ai primi di marzo al Lafitte sostituiva Casimiro Perier. In politica è bene credere non a una, ma a due o tre cose ad un tempo, e meglio poi ancora non credere a nessuna! Il Perier, non volgare statista di certo, osava alla tribuna Francese spiegare il principio del non intervento così: «non vuol già dire che noi faremo la guerra a chi lo violi, bensì che noi non interverremo ad aiutare i popoli sollevativisi contro i loro legittimi signori, se non c'è di mezzo un interesse Francese.»

Ah la grazia! Altro che casuistica dei Gesuiti!! E concludeva: «il sangue dei Francesi non appartiene che alla Francia!» Nel che aveva perfettamente ragione.

Ma chi avrebbe potuto aspettarsi ad un simile voltafaccia? Il torto dunque dei Rivoluzionari Bolognesi del 31 è per metà almeno diminuito; ma erano nella maggior parte avvocati, ripeto, e una volta messisi a distinguere, a sofisticare sulle interpretazioni ed a cercare di mettere l'avversario sempre dalla parte del torto, come si fa in tribunale, giunsero persino a disarmare al confine i Modenesi, che venivano ad aiutarli, in omaggio, dissero, al principio del non intervento (pare incredibile in verità!) e invitarono i due principi Bonaparte ad uscir dalle fila del Sercognani per non complicare delle loro pretensioni dinastiche una situazione politica così limpida, com'era quella della Rivoluzione. Ah quando gli avvocati ci si mettono!...

I Bonaparte si ritirarono in una villa presso Forlì, ove il primogenito morì di malattia.

Ma su che fidavano adunque, in nome di Dio, questi benedetti rivoluzionari del 31? Chi lo sa! Nella Francia e in Dio! Ma sperimentarono, al pari dei Polacchi, che Dio è in alto e la Francia lontana; non pensarono cioè che Dio aiuta chi s'aiuta e che se le Potenze consentivano a riconoscere una Francia di Luigi Filippo era a patto ch'egli conformasse alla loro la propria politica e non per lasciarlo libero d'inaugurarne una nuova.

Siamo giusti però. Questo è un po' il senno del poi. Allora, a tenere assorti in quel vago di speranze e di fiducia governanti improvvisati e inesperti, contribuì anche molto la condizione morale della città. Quella rivoluzione fu uno scoppio di gioia, un respiro di libertà, che riempì di un'allegrezza infinita tutti i cuori dei cittadini. Era un continuo viver per le strade, sfoggiar coccarde e bandiere, la notte illuminare le nostre vecchie torri e le case, un continuo fioccar di sonetti, di odi, di canzoni, un continuo riunirsi nei teatri e vociare, cantare, applaudire.... Non una vendetta, non un eccesso, non una macchia, non una nuvola a intorbidare quell'immensa serenità! Quell'anno anche l'inverno, a farlo apposta, pareva una tiepida primavera.

Già rumoreggiavano gli Austriaci ai confini; Parma e Modena erano già sottomesse; e in Bologna l'assemblea si riuniva, confermava in fatto e in diritto la cessazione del dominio temporale dei Papi, e la sera stessa al teatro Comunale si recitava la Francesca da Rimini (l'Alfieri sarebbe parso troppo ruvido) e Paolo, brandendo la spada e cogli occhi sgranati, gridava a squarciagola:

Per te, per te, che cittadini hai prodi