Questa lotta avrebbe potuto continuare per un tempo indefinito, se la scuola romantica non avesse trovato modo di provare col fatto la superiorità intellettuale a cui pretendeva. Gli scritti del Manzoni, proprio tra il 1815 e il 1830, furono gli eserciti vincitori della decisiva battaglia.
Cogli Inni Sacri, dimostrò come il Dio cristiano, il Dio del popolo nostro fosse inspiratore di ben più alta poesia che gli idoli sciupati e vuoti di senso del paganesimo classico. Colle Tragedie, fece vibrare una corda patriottica che scosse gli animi e li avviò d'un tratto agli squarciati orizzonti delle grandi commozioni moderne. Finalmente, coi Promessi Sposi, segnò il culmine, non ancora raggiunto, della nuova letteratura, e trasse dalla vita popolare, da personaggi popolari, da una meravigliosa intuizione dei segreti storici e giuridici di un secolo buio, gli elementi di una grand'opera d'arte, a cui la prosa modesta non toglie di essere l'epopea più viva, più vera e più vasta che sia comparsa in Italia, dopo la Divina Commedia.
***
Ed ecco la prima grande influenza che ottenne il Manzoni sul tempo suo. Discusso, come sempre, dalla critica appassionata, i suoi scritti s'imposero però all'opinione letteraria con tanta forza, che nessuno osò più adoperare, scrivendo, quel classico cicaleccio, da cui tanto era giovata la povertà dei pensieri. La lotta finì subitamente. Nel solco aperto da Alessandro Manzoni dovettero, per amore o per forza, incamminarsi tutti quelli che bramarono avere dei lettori; sicchè parve un vaticinio la frase, che, al comparire dell'Urania aveva detto il Monti, apostolo del passato, «costui comincia dove io avrei voluto finire.»
Vero è che la nostra generazione ha udito muoversi al Manzoni due obbiezioni, quasi due accuse. Il grand'uomo ha sorriso della prima, e forse non è giunto in tempo a sorridere, o meglio a ridere della seconda. Certo l'una e l'altra sono ormai scivolate sul bronzo della sua fama, e il vanto di risollevarle non frutterebbe riputazione. È proprio del genio trovare i pedanti contro di sè. Il Tasso ebbe fieramente avversi alcuni accademici della Crusca; l'Ariosto s'udì rimproverare di avere scritte tante corbellerie; il Parini fu da un bizzarro ingegno berteggiato come un versiscioltaio; e Carlo Porta fu ad un pelo di spezzare la sua penna per le critiche virulenti di un parrucchiere. Chi si ricorda ora il nome degli avversari del Tasso o di quelli del Porta?
Fu dunque accusata la letteratura del Manzoni di essere nel senso patriottico fiacca; di consigliare la rassegnazione piuttosto che la resistenza alle ingiustizie ed alle oppressioni; di stillare nei cuori popolari le idealità del cielo quasi per deviare la loro attenzione dalle brutalità della terra.
Or bene, ditelo voi, giovani del 31, del 48 e del 59, che siete corsi alle armi, dopo avere per anni balbettato ad ogni Natale, sulle ginocchia materne, Qual masso che dal vertice; dopo avere per anni recitato dinanzi ai vostri professori a memoria i cori dell'Adelchi e del Carmagnola; ditelo voi se la letteratura manzoniana vi sia stata feconda di fiacchezze e di rassegnazioni! Ma un'educazione letteraria si deve giudicare dagli effetti che produce, dagli allievi che crea. Ora, non erano manzoniane le due generazioni di uomini che negli ultimi settant'anni hanno consacrato ogni minuto della loro esistenza a fare la patria? non erano manzoniani, nella loro vigoria e nel loro sentimento cristiano, i giovani eroi delle barricate milanesi e romane, i Dandolo, i Morosini, i Manara? non fu manzoniano quel Massimo d'Azeglio che apparve il cavaliere senza macchia e senza paura della rivoluzione italiana? e non si vantarono e non si vantano anche oggi d'essere ammiratori del Manzoni quegli uomini di lettere d'ogni gradazione politica, che si mescolarono a tutte le battaglie nazionali, della penna, della spada o della tribuna, da Cesare Correnti a Giovan Battista Giorgini, da Goffredo Mameli a Felice Cavallotti?
Signori, può darsi che vi sia chi confonda l'energia dei pensieri colla violenza delle parole, la profondità dei sentimenti col delirio delle immaginazioni.
Ma quale fra gli scrittori italiani ha lanciato più roventi accuse contro la rea progenie di quegli oppressori:
Cui fu prodezza il numero,