Sotto l'orrida verga starà.
***
D'altra parte, era sorta ad osteggiare il Manzoni la nuova scuola verista.
Voi lo sapete, o signori; vi fu una scuola, forse già tramontata, che s'illuse di avere inventato recentemente il vero nell'arte. Prima di essa, pare che tutti siano stati nel falso. Omero, Virgilio, Esopo, Anacreonte, Orazio, Lucrezio, Geremia non hanno saputo nulla dei dolori, dei sentimenti e delle debolezze umane; i cavalli di Fidia e di Prassitele non sono veri: le teste di Raffaello sono false; Molière e Goldoni hanno prodotto sulle scene tipi che non esistono; Dante non seppe congegnare un verso che fosse naturalista, neanche quando fece dire a Francesca:
La bocca mi baciò tutto tremante.
Confondere ogni vero col bello parrebbe lo sforzo di questi sacerdoti dell'arte nuova; il cui cardine fondamentale — se almeno si può afferrarlo fra le nebulose onde ancora si circonda la sua dottrina — è che nulla è vero se non quanto cade sotto i sensi. Invano si obbietta che l'uomo è composto di spirito e di materia; che in esso si aggruppano quindi verità fisiche e verità morali. L'arte nuova, se anche non nega lo spirito, non lo vede; ogni fatto è per essa un risultato di forze esterne, un'aggregazione di molecole. E siccome soltanto il fatto è vero, solamente la molecola è degna di poesia.
Pigliamo, per esempio, le due evoluzioni più importanti nell'organismo umano; le due cose che il povero Leopardi trovava belle nel mondo: l'amore e la morte.
Due giovani si amano; si sentono attratti l'uno verso l'altro dall'istinto dei cuori, dal fàscino degli sguardi, dalla comunanza dei pensieri e delle simpatie. Questo amore è un fatto, che determina intero lo svolgimento di due personalità; che può essere nascosto alle osservazioni di tutto il mondo, ma che sostituisce tutto il mondo nella verità delle loro sensazioni. Viene il giorno, in cui questi giovani, dopo essersi lungamente amati, trovano l'occasione di dirselo, di giurarsi fede, di abbracciarsi. Ecco il fatto, grida il seguace dell'odierno verismo. Tutto il vero di prima non esiste per lui. L'efficacia delle sensazioni intime, che hanno preparata, elaborata, determinata la manifestazione esterna, egli non l'ha vista e non vuole quindi occuparsene. L'importante è per lui l'effetto e non la causa, la conseguenza e non la premessa. Sicchè tutto il dramma dell'anima, che è stato la verità calda ed esclusiva di tanti anni, sparisce dinanzi ad un momento plastico, di cui egli descriverà fino alla nausea i più fuggevoli particolari.... nei quali soltanto comincia e rimane il suo vero.
Allorchè la morte viene, è ancor peggio. Questo fatto è per sè un duplice poema, in cui l'acerbità del dolor fisico si mescola alla crudele coscienza dei propri errori o al mesto ricordo delle proprie illusioni; dove la tenacia con cui il passato avvince ha un riscontro nel dubbio con cui assale il futuro; un poema, in cui le verità appaiono tutte, e giganti, e irresistibili, nella gran lotta fra l'anima che resiste e il corpo che soccombe.
Orbene, che cosa vede ordinariamente il verista in questa catastrofe materiale e morale? null'altro che la brutalità degli ultimi fatti esterni: la tosse che lacera il petto del morente: l'odore mefitico onde l'atmosfera s'impregna: la secrezione putrida a cui soggiace il cadavere. A che indagare, nell'interesse delle verità morali, se l'infelice muore disperato o rassegnato, se in lui prevale la passione o il dolore o lo scetticismo, se lo governa l'impressione d'un amore antico o d'un odio recente? tutte queste sono idealità non abbastanza vere, secondo la nuova scuola; l'importante è di constatare la cera che sgocciola e i vermi che sbucano.