Quanta gloria ridonda al Manzoni dal non avere seguìto, nemmeno per un istante, un indirizzo letterario così umiliante per l'umana personalità! come è prova del suo ingegno l'avere bene distinte le verità di un quarto d'ora dalle verità eterne, e l'aver sempre tenuto alta e retta la figura dell'uomo verso l'avvenire e verso Dio!

Nè crediate che l'arte fosse impotente nel Manzoni a ritrarre e a scolpire anche i turpi veri che affliggono l'umanità. Quando ha creduto che potesse trarne vantaggio la causa morale, ha ben provato come sapesse precorrere i veristi d'oggi, e superarli nella potente espressione dei fatti d'indole materiale. Vi ricordate del povero Renzo nell'osteria della Luna Piena e di quel meraviglioso crescendo d'ubbriachezza che lo intontisce? vi ricordate di quelle vittime della carestia, che avevano in bocca l'erba mezzo rosicchiata? di quelle vittime della pestilenza che lasciavano spenzolare a dondoloni dal carro funebre le gambe e le braccia, intanto che i monatti, assisi sui loro dorsi, bevevano e cantavano canzoni oscene? vi pare che siano state scritte altrove pagine più efficaci nell'ordine dei fenomeni odiosi e.... naturalisti?

Guardate l'episodio della monaca di Monza. Lì il Manzoni doveva dir tutto, e ha detto tutto, ma con che garbo! L'analisi psicologica dell'animo di Geltrude, la via fatale per cui è spinta all'abisso, sono del dominio dei fatti morali, e nessuno disputa al Manzoni la padronanza di siffatti argomenti. Ma si giunge all'episodio di Egidio, e la caduta di Geltrude diventa un fatto d'indole materiale. Non dirlo, rende incompleto il dramma e inverosimili le conseguenze. Dirlo, mette a repentaglio quella casta severità di pensiero che fa dei Promessi Sposi un libro così altamente educativo dei giovani.

Un verista odierno si sarebbe gettato avidamente su quell'episodio. Non avrebbe risparmiato al lettore nessuno dei consueti particolari di una situazione conosciuta. Avrebbe descritto ad esuberanza le lettere profumate, e i rossori del volto, e il fàscino del tentatore, e il fruscìo delle vesti, e le rapide carezze, e l'oblìo d'un istante, e il postumo pianto.... e l'abitudine della colpa. Il Manzoni nulla di tutto ciò. Gli basta aver detto che Egidio aveva scritta una lettera; poi riassume e chiude il dramma con tre sole parole: «La sventurata rispose.»

Quanta evidenza in così grande sobrietà? V'è qualcuno che possa non avere capito o che possa offendersi di avere capito? La tentazione, la resistenza, la debolezza, il delitto, il rimorso, tutti gli elementi e gli svolgimenti della pietosa catastrofe escono, con verità casta ed energica, da quella semplice frase che la scuola nuova invidierà per molto tempo all'antica.

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La seconda influenza che esercitò Alessandro Manzoni fu sul programma della politica nazionale.

Nè bisogna meravigliarsi, che, non essendo stato mai uomo politico nel senso attivo della parola, abbia però avuto sull'andamento delle cose politiche un'azione decisa.

Ai poeti spettò in ogni tempo una singolare ingerenza sugli avvenimenti dei loro paesi. Tengono, per la loro inspirazione, per la popolarità da cui sono generalmente circondati, un posto che rasenta da vicino quello dei profeti e delle sibille nelle età bibliche o eroiche. I bardi e i trovatori davano l'intonazione all'ingenua politica delle schiatte cavalleresche europee. Il Petrarca dovette alla sua grande riputazione poetica le missioni politiche a cui si trovò mescolato. Milton e Goethe crearono in Inghilterra e in Germania ambienti politici. E ognuno sa che larga parte abbiano avuto nella politica nazionale francese le liriche del Béranger.

Il concetto di Manzoni circa l'ordinamento italiano fu radicale e immutabile. Credette possibile l'unità della patria, e la cantò e la sostenne con tutta quella fede ch'egli poneva negli ideali. Forse perchè aveva veduto ed appoggiato il forte organismo del primo Regno d'Italia, si disgustò facilmente di quegli Staterelli fiacchi e pusilli, che sono dall'indole loro condannati sempre a roteare intorno ad un pianeta. A chi gli diceva che l'unità politica era un'utopia, rispondeva col suo bonario e fino sorriso: «È per lo meno un'utopia bella, mentre la Confederazione è un'utopia brutta».