Ogni parte d'Italia, oserei dire ogni parte di Europa, ha avuto banditi e malviventi, che in periodi di guerra o di sventure hanno dominata la campagna e si son messi fuori della legge. Si può dire anzi che, in alcuni paesi dell'Europa centrale, il brigantaggio sia stato per secoli una vera istituzione: e i banditi della Germania, che i romantici hanno troppo spesso idealizzato, in brutalità e in ferocia hanno segnato pagine assai più sanguinose delle nostre.

I masnadieri tedeschi, che l'individualismo romantico e il favore della leggenda circondarono di simpatia erano spesso veri malviventi; molti dei briganti meridionali, che ebbero nella loro condotta un lato cavalleresco, o per lo meno non furono rozzi delinquenti, non trovarono invece poeti o romanzieri che avessero saputo appropriarsi il lato ideale della leggenda. Nè gli storici e gli statisti penetrarono spesso le cause di tanto male.

Ma vi è stato un paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire sempre e non è finito se non ai giorni nostri; un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odî, cui sono affluiti tutti i rivoli del dolore, della ingiustizia, e della delinquenza; vi è stato un paese in cui per secoli una monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico di grande importanza: questo paese è l'Italia del Mezzodì.

Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riescite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. Il sangue genera il sangue — e spesso più la repressione era feroce, più grande rinasceva il male. Come le cause non erano distrutte, nè si poteva, ogni repressione era vana.

Così vediamo in tempi assai vicini a noi i briganti riunirsi in bande numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso trionfalmente, imporre al Governo patti vergognosi; vediamo intere città distrutte dai briganti e questi spingersi non di rado fin sotto le mura della capitale.

Ancora adesso percorrendo le terre ove più il malandrinaggio e il brigantaggio hanno celebrato i loro fasti, ci accorgiamo subito che non solo la leggenda è viva, ma che non sono morti i sentimenti che generarono il male. Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, conscenti o inconscenti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie.

Ciò spiega quello che ad altri e a me è accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori.

Non ho mai visto in mano a un contadino un libro popolare sull'unità italiana: ho visto spesso, insieme ai Reali di Francia, la rapsodia dell'abate Cesare e la Bellissima istoria di Angiolillo, e tuttavia il dramma di Peppe Mastrilli appassiona ed esalta le menti.

Ancora adesso, nelle lunghe sere d'inverno, nelle notti vegliate, nelle soste del lavoro, trasformate e ingigantite dalla leggenda si ripetono con compiacenza le storie dei briganti.

È tutto questo un male? Io non vorrei dire e non saprei.