Durante la dominazione spagnuola, nel 1559, è stato possibile a un bandito famoso, a Re Marcone, andare realmente a prender possesso della città di Cotrone e battere le truppe regolari. Alla fine del secolo decimosesto Benedetto Mangone, Marco Sciarra e Battinello erano i veri arbitri di alcune province. E non poche volte si videro i briganti spingersi in gran numero fin sotto le mura di Napoli, bloccare la capitale e mettere in pericolo la sicurezza del governo.

Anche prima i banditi erano stati molte volte una forza politica di cui i sovrani si erano serviti contro i baroni e i baroni contro i sovrani. Ma, durante la dominazione spagnuola, cioè per più di due secoli, non vi è stata guerra combattuta con le forze interne del Regno, in cui una delle parti nemiche non abbia adoperato i banditi.

Province intere, per secoli, furono al di fuori di ogni legge, sotto la dominazione diretta o indiretta dei banditi, sotto la persecuzione di un ordine feudale, che era tanto più esigente in quanto i baroni solevano vivere in città.

Il brigantaggio era una gran forza da usare negli estremi perigli: i Borboni che con Carlo III aveano cercato fiaccarlo se ne valsero più tardi per riconquistare il reame e per tenere a freno, per sessant'anni, le classi ricche o colte.

La storia dei Borboni, dopo Carlo III, è anzi strettamente legata a quella del brigantaggio. Furono i briganti che a Ferdinando IV riconquistarono il reame nel 1799; furono essi che tentarono, durante la dominazione francese, di riconquistarlo una seconda volta e che più tardi furono adoperati, e non in una sola occasione, contro la borghesia aspirante a riforme politiche, o malcontenta.

Per la prima volta forse nel mondo civile passando sopra ogni legge morale, i Borboni osarono scegliere come cooperatori i banditi più infami: alcune belve crudelissime ebbero grado di colonnello o di generale, titolo di marchese o di duca e laute pensioni, come se fossero vecchi e gloriosi generali; ebbero l'amicizia del sovrano e attestati di pubblica stima. È una non interrotta serie di fatti di tale natura, che va dai mostri della reazione del 1799 a Giosafat Talarico e ancora più tardi ai tentativi di reazione posteriori al 1860.

Io non credo che la lotta di classe sia base della vita sociale dei popoli; non credo che sia metodo di trasformazione; non credo che dal bandire e dal propagare questa lotta potrà uscire la pace.

Ma se un governo si è mai basato sul dissidio delle classi, è stato il governo dei Borboni di Napoli. L'aristocrazia e la borghesia liberale, entrambe scontente, hanno avuto per un secolo sospesa sul capo la minaccia di rivolte proletarie a servizio della monarchia. Ne fu tutta colpa loro, ma delle circostanze storiche; poichè non bisogna mai dimenticare che i Borboni vennero a Napoli animati da spirito di riforme e che essi e i loro ministri, per sessanta anni almeno, non fecero che nimicarsi l'aristocrazia e il clero, poichè ne limitarono la potenza. La rivoluzione del 1799 appare appunto composta degli elementi più vari: ed erano in essa numerosi ecclesiastici e moltissimi nobili, che alla monarchia centralizzata preferivano qualsiasi altro regime.

In Italia la feudalità non ha avuto forse mai salde radici; solo a Napoli e in Sicilia è stata potente, e le sue tradizioni sono tuttora vive. Trapiantata dai Normanni in tutto il suo vigore, ha trovato, per espandersi e per durare, tutte le condizioni favorevoli. La tenue densità della popolazione, una larga superficie malarica che impediva e impedisce la popolazione sparsa e l'accumula solo in alcuni luoghi, il debole sviluppo degli scambi determinavano l'esistenza e la potenza della feudalità.

D'altra parte faceva riscontro una borghesia, nata non già dal traffico e dalla industria, ma da tre funzioni che la rendevano ugualmente odiosa al popolo: l'intermediarismo agrario, il piccolo commercio del danaro, le professioni liberali e sopra tutto l'avvocatura.