L'intermediario della terra non era un coltivatore, ma aveva il più delle volte una funzione puramente parassitaria; agente del barone o del signore, che viveva in città, cercava di arricchire sui fitti brevi e più avea bisogno di vivere (non dirò di arricchire) più incrudiva sui coltivatori. Il piccolo commercio del danaro, che dava all'usura agricola forme forse non più viste altrove, dura tuttavia ed è stata origine assai frequente di arricchimento. Infine l'avvocatura, sempre disposta a dimostrare le ragioni del più forte, sempre difenditrice delle usurpazioni delle terre popolari, abilissima nei sotterfugi, toglieva alla classe intermedia ogni fiducia. Il Colletta chiamò l'avvocatura peste del reame di Napoli; e lo storico illustre delle finanze napoletane, Ludovico Bianchini, riconosce che per secoli essa in ogni occasione si mostrò sempre pronta a sostenere la cattiva disciplina di governo.

Rappresentava e rappresenta forse tuttavia la parte più attiva, più intraprendente, più audace: ma era ed è senza dubbio causa di dissoluzione e di corruzione, rendendo più difficili i rapporti sociali e corrompendo in ogni guisa tutte le magistrature. Il parlamentarismo anzi, piuttosto che mitigare il male l'ha esacerbato, annullando ogni dignità della magistratura e creando il tipo infame dell'avvocato politico, che in passato non esisteva e non poteva esistere.

Uno degli studi più interessanti sarebbe quello della distribuzione territoriale del brigantaggio. Senza dubbio le condizioni geografiche agivano sopra tutto; ma dopo di esse in prima linea le condizioni economiche.

Le provincie che hanno più sofferto il brigantaggio sono state la Basilicata e il Principato Citra, nella parte sua più povera; vengono dopo alcune zone dell'Abbruzzo e della Calabria, nella parte ove il concentramento della proprietà era maggiore. Ma dovunque le ragioni sono identiche.

Le cause predisponenti del brigantaggio erano numerose: alcune sono scomparse, qualcuna ancora permane.

La prima, la vera, la grande causa era la miseria.

Alla vigilia della rivoluzione francese, nel 1786, il reame di Napoli aveva appena 4,800,000 abitanti. Ora il reddito del reame, in un'epoca in cui le industrie erano scarse e pochi i commerci, era tenue: era un reddito quasi esclusivamente agrario, quale potea venire da un paese a cultura estensiva e in gran parte pastorale. L'intero reddito dei feudi era calcolato a oltre 4 milioni di ducati, esenti da tributi e i feudatari aveano innumerevoli diritti, l'uno più gravoso dell'altro per i cittadini. Di oltre 2000 comuni appena 384 erano demaniali, cioè dipendevano direttamente dal Re. Il numero dei famigli e dei dipendenti dei baroni, che applicavano i diritti feudali senza scrupoli, era eccessivo: eccessivo più ancora il numero delle pretese. Circa 10 milioni di ducati prendevano sotto ogni titolo gli ecclesiastici, e il loro numero sommava a oltre centomila, cioè vi era un ecclesiastico per meno di ogni 50 abitanti. Popolazione enorme e improduttiva, non forse però più enorme di quello che sarà fra breve il numero dei professionisti usciti dalle università, dei diplomati delle scuole secondarie, spostati desiderosi di impieghi e quindi bisognosi di mutazioni.

Quale poteva essere la vita del popolo? Una vita grama e stentata; una vita di miserie e più ancora di depressione morale. In alcuni feudi i baroni erano implacabili nel pretendere che il molino fosse un loro monopolio; e il pane si cuoceva sotto la cenere ed era negato ai contadini ciò che hanno anche le popolazioni più misere e meno progredite.

«Il brigantaggio — conchiudeva tristamente l'on. Massari — diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.»

Le genti dell'Italia meridionale, risultato delle mistioni di razze sì varie, hanno forse da tanti incroci, forse più ancora dalla rapidità loro nell'ideare, una vaga tendenza alla vita di avventure. Vi è, sopra tutto nelle genti di Basilicata e di Calabria un senso di misticismo inconscio, che invade l'anima popolare.