Ancora nel 1863, quando fu fatta l'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, sui 124 comuni della Basilicata 91 erano senza strade; sui 108 della provincia di Catanzaro 92; sui 75 della provincia di Teramo 60. Dei 1848 comuni del Napoletano 1321 mancavano di strade.

Or tutto ciò era necessariamente a profitto del brigantaggio; internandosi nelle boscaglie, facendo periodiche comparse al piano, i banditi resistevano facilmente alle persecuzioni più audaci.

Alcuni dei banditi facevan fortuna, e qualche volta ottenevan la grazia e si ritiravano a vivere tranquillamente; ma nel grandissimo numero perivano uccisi o traditi, o erano imprigionati.

Qualche volta i signori del paese, per timidità, o per desiderio di guadagno, proteggevano i briganti; il più delle volte davano nelle loro masserie, nelle case di campagna asilo e rifugio. Ai tempi di Carlo III anche i conventi erano asilo securo; e Carlo dovè molti abolirne per questa ragione che eran covo di malviventi. Nei piccoli paesi le lotte eran frequenti, eran frequenti le lotte tra un paese e l'altro: dove i comuni eran più divisi e quindi più aspre e più inique le persecuzioni della parte perditrice, maggiori eran le cause che determinavano gli individui meno tolleranti a darsi alla campagna, come si diceva allora. La vendetta era una necessità e un dovere, e le vendette eran lunghe e terribili.

Oh! la tristezza di una borgata meridionale, perduta nelle gole di Basilicata o nelle asperità della Sila, una borgata, senza luce di pensiero, senza blandizie dell'arte, senza la suprema poesia della lotta in comune.

Anche nell'Italia centrale le lotte erano terribili nei piccoli centri come nei grandi: e quei che un muro ed una fossa serra si tormentavano e si dilaniavano fra loro quando non dovean lottare contro i vicini. Ma la relativa prosperità e la mitezza del clima e la salubrità dei campi davano alla lotta un carattere più umano; permettevano lo sviluppo delle forme libere dei comuni; determinavano il bisogno dell'arte, davano carattere di epica grandezza anche alle lotte delle fazioni della stessa città.

Ma la vita in un piccolo centro campestre dell'Italia meridionale nell'interno della Basilicata o delle Calabrie! ma la vita in un casolare dell'Appennino! ma la vita in un grosso borgo pugliese! La malaria da una parte e i cattivi ordinamenti dall'altra inducevano gli abitanti a vivere uniti; in una unione necessaria e forse per questo più ingrata. Le case si aggruppavano miseramente fra loro, e non v'erano, d'ordinario, che il castello del barone, la chiesa e il convento che avessero un'aria meno misera. Impedite quasi le comunicazioni o limitate ai paesi vicini, la vita trascorreva sempre allo stesso modo; quando non era turbata da cataclismi violenti, come le guerre. Assoluto il potere del feudatario e peggiore di esso quello di coloro che lo rappresentavano, non era possibile al popolo nessuna salute fuori della rivolta individuale. La religione, quando non era una superstizione, avea il carattere dei luoghi: una religione dura e paurosa, quasi crudele, mitigata solo dall'intervento del protettore — un santo, per lo più patrono di un male grave e pronto più a punire che ad amare, più a vendicare che a perdonare.

La violenza sessuale delle genti del Sud faceva il resto, e contribuiva non poco a inasprire i rapporti. Si può dire che fra dieci persone che si davano al brigantaggio tre o quattro almeno ricorrevano a un così estremo passo solo per vendicare la violenza patita da una moglie, da una figliuola o da una sorella.

Per spiegarsi alcune cose bisogna intendere quale violenza abbia l'istinto carnale nelle genti del Sud. Per i contadini specialmente è spesso l'unica forma in cui riescano a concepire l'ideale e ad avere una ebrietà dello spirito. Così come il desiderio è violento, l'istinto della proprietà è completo.

La donna infedele — sopra tutto se cede a una violenza — altrove non è causa di disprezzo per il marito o per il padre. Fra i contadini del Mezzogiorno vi è invece una parola che riunisce tutti gli insulti, una parola che è pronunziata spessissimo, e che nella crudeltà sua è peggiore della morte, ed è il nome che è dato al marito ingannato o vittima. Che un uomo sia ladro, omicida o perverso e che tutte queste cose gli siano rimproverate egli soffrirà sempre meno che sentendosi insultare per colpa o per sventura della moglie.