Quando si parla di briganti si pensa subito a tutte le leggende che noi abbiamo sentito ripetere: si pensa al trombone, al cappello a punta, ai delitti terribili e alle grassazioni più spaventevoli.

Il brigante invece non era che un rivoltato: e fra i rivoltati vi erano, come vi sono oggi, i sofferenti, gli idealisti e i perversi. Bakounine ha detto che il brigante meridionale rappresenta il tipo del perfetto anarchico. Se essere anarchico vuol dire soltanto mettersi contro la società, apertamente, violentemente, i briganti erano anarchici.

Quando si pensi alle descrizioni terribili che abbiamo lette o udite, pare strano che anche i più feroci di essi erano religiosissimi. I ladroni che seguivano il cardinal Ruffo, prima di mettere a sacco e fuoco le città, di commettere ogni più terribile strage, ascoltavano la messa. La vita di avventure va sempre unita a un fondo di misticismo: ciascun brigante portava sul petto le sacre immagini, faceva doni alle chiese e non mancava di recitare il rosario. Era una religione rozza e primitiva credente in un Dio terribile, che qualche volta i banditi invocavano perchè le loro operazioni riescissero.

Così tra i briganti troviamo i tipi più diversi, come le nature più varie: accanto ai ladri e agli assassini, che costituivano il fondo del malandrinaggio, uomini desiderosi di più umano vivere e qualche volta perfino amanti di giustizia. Una giustizia rozza, quale poteva apparire alla mente di uomini incolti e superstiziosi.

Il tipo più singolare, più interessante, direi quasi più leggendario del brigantaggio meridionale è stato Angiolo Duca, conosciuto dal popolo sotto il nome di Angiolillo.

Ancora qualche anno fa la storia si cantava sul molo di Napoli e interessava e commoveva non meno di quella di Rinaldo di Montalbano. Ciccio Zuccarino, che vende e tradisce Angiolillo, apparisce più esecrabile di Gano di Maganza, il Maganzese, orrore del popolo napoletano. I briganti che la letteratura tedesca ha vagheggiato, e Karl Moor dei Raüber di Schiller trovano il loro riflesso in Angelo Duca, che fu filantropo anche nelle sue avventure brigantesche.

Contadino della terra di San Gregorio, Angelo Duca divenne bandito per sfuggire all'ira di un barone, che volea vendicare un servo, cui Angelo in rissa avea ucciso un cavallo. Vagò da prima con altri banditi: poi formò una banda propria. Non ebbe mai grandissimo numero di compagni, come già altri famosi prima di lui e quasi tutti erano delle terre di Basilicata e di Salerno. Angelo un po' per abilità sua, un po' per la disorganizzazione della giustizia in quel tempo, fu per parecchi mesi padrone di larga zona e operò con buon successo non solo nel nord di Basilicata, che fu il teatro delle sue gesta, ma nelle provincie di Avellino e di Salerno e si spinse fino in Capitanata.

Non uccideva se non coloro che lo perseguitavano; non assaliva mai i viandanti, nè ricorreva mai ai soliti espedienti di rubare di notte. Preferiva chiedere apertamente ciò che gli era necessario: e tutti davano per timore o per calcolo. Quando fermava sulle vie maestre i ricchi viandanti divideva amabilmente, da uomo educato. E il danaro che prendeva, solo in parte dava ai compagni suoi: il resto lo distribuiva ai poveri, impiegava a scopi di bene, sopra tutto a dotare le zitelle.

Ogni brigante che volea durare a lungo dovea essere o mostrarsi filantropo: ma Angiolillo era sinceramente pietoso.

Un secolo prima di Angelo Duca anche il terribile abate Cesare usava fare opere di pietà e dotava le fanciulle povere; e Peppe Mastrillo — il brigante più leggendario — secondo un suo biografo consigliava ai compagni di far la carità ai poveri e di difendere l'onore delle zitelle.