Il Cardinale era seguìto da malfattori venuti d'ogni parte e da banditi famosi, cui si prometteva ogni sorta di premio e da turbe desiderose di saccheggio, le quali assai facilmente propendevano a dichiarar giacobino chiunque possedesse. A Napoli il sinistro canto dei sanfedisti diceva:
Chi tene grane e vine
Ha da esse giaccubine.
Chi possiede è giacobino.
Nelle Provincie si pensava presso a poco allo stesso modo.
Quando il Cardinale giunse a Napoli, seguìto dalle sue turbe brigantesche, dopo aver traversato sì larga parte del reame, scrisse sinceramente in una sua lettera che si era accorto che il popolo trasformava ogni possidente in giacobino: «è la rapina — egli scriveva — che produce i proprietari giacobini.»
Il piano di Ruffo era il solo che potesse riescire e riescì; dire ai contadini: rubate le case dei ricchi, saccheggiate, dividetevi le terre era valersi di interessi e di sentimenti veri.
Uno storico austriaco, apologista del cardinal Ruffo, il barone von Helfert, dice che il Cardinale, per una così difficile impresa, non potea scegliere i suoi compagni. E certo non gli scelse! Ruffo avea seco, condottieri del suo strano esercito, briganti famosi come Panedigrano, Pansanera, Sciarpa, Mazza, de Castro e tanti altri famosi negli annali del delitto.
E mentre il Cardinale operava da un lato, Pronio e Rodio, due avventurieri, operavano in Abbruzzo, Mammone e fra Diavolo in Terra di Lavoro: altri iniquissimi altrove.
I nomi di Mammone e fra Diavolo hanno oramai acquistata una celebrità internazionale.