Gaetano Mammone, nativo di Terra di Lavoro, era un monomane del delitto: uccideva senza ragione, per piacere, e giungeva ad atti di crudeltà che parrebbero inverosimili. Vincenzo Coco dice di lui ch'era mugnaio di mestiere; che in due mesi di comando in poca estensione di terreno fece fucilare 350 persone, oltre forse del doppio uccisi dai suoi satelliti ed accenna alle crudeltà e ai tormenti da lui inventati. «Il suo desiderio di sangue umano, scrive Coco, era tale che si beveva tutto quello che usciva dagl'infelici che facea scannare: chi scrive lo ha veduto egli stesso beversi il sangue suo dopo essersi salassato e cercar con avidità quello degli altri salassati che eran con lui; pranzava avendo a tavola qualche testa ancor grondante di sangue, beveva in un cranio.... A questi mostri scriveva Ferdinando da Sicilia: mio generale e mio amico.»
Tutto ciò è confermato dalle cronache dei tempi e dagli scrittori più autorevoli.
Meno terribile ma più drammatica la storia di Michele Pezza, conosciuto sotto il nome di fra Diavolo; le cui avventure romanzesche hanno fornito a Scribe e ad Auber il soggetto di uno dei loro migliori melodrammi. Omicida e dei più terribili avea, dicono, l'astuzia del monaco e la perfidia del diavolo. Era già brigante da qualche anno, quando sopraggiunsero gli eventi del 1799; non tardò ad illustrarsi colle sue crudeltà.
Dopo la restaurazione monarchica ebbe, come Mammone, un altissimo grado nell'esercito, una pensione di 3000 ducati e fu nominato duca di Cassano. Nel 1806 volle ancora insorgere in difesa del re Ferdinando contro la monarchia francese: ma dopo molte peripezie, fu impiccato al largo del Mercato — e a dileggio, dicono, gli si lasciò l'uniforme di generale addosso e gli si sospese al collo il diploma di duca di Cassano.
Or guardate i miracoli della previsione.
Nel 1803, tre anni prima cioè che fra Diavolo fosse impiccato, era pubblicata a Parigi una storia romanzesca sotto il titolo Les exploits et les amours de frère Diable, géneral de l'armée du cardinal Ruffo. L'incisione innanzi al frontespizio rappresenta fra Diavolo in abito da frate, armato di carabina, pistola, pugnale, sciabola e accetta: nel romanzo egli è fatto cavaliere e la scena delle sue azioni è raffigurata in Calabria. Il romanzo non è che una serie d'invenzioni. Ma vi è di vero solo una predizione! Il romanziere fa finire fra Diavolo sulla forca, per essersi messo di nuovo in campagna: allora fra Diavolo era vivo, ma tre anni dopo finì in realtà sulla forca.
Or fu con questi elementi, che la monarchia borbonica fu restaurata.
I lazzari di Napoli gridavano a Ferdinando IV che rientrava a Napoli:
Signò, 'mpennimmo chi t'ha traduto,
Prievete, muonece e cavaliere!