Quando nel 1806 si stabilì a Napoli con Giuseppe Bonaparte da prima e poi con Gioacchino Murat la monarchia francese, i Borboni fuggirono di nuovo in Sicilia. Ancora una volta non mancarono di aizzare il popolo e di rinfocolare il brigantaggio: fra Diavolo uscì in campo di nuovo e uscirono altri già noti nel 1799, i Pizza, i Guariglia, i Furia, gli Stodui e altri di pessima fama. Con danari e con promesse il brigantaggio fu promosso dovunque. Molti si davano alla campagna perchè avean vendette da compiere; altri perchè l'esempio dei contadini promossi colonnelli o duchi, come Mammone e fra Diavolo, accendeva le menti.

Così in Basilicata dominavano Taccone e Quagliarella; nei due Principati Laurenziello; nelle Calabrie Parafante, Francatrippa, Benincasa, il Boia, Carmine Antonio, Mascia, Mazziotti, Bizzarro; negli Abbruzzi Antonelli, Fulvio Quici, Basso Torneo e altri celebri.

Quando Murat salì al trono, tutto il regno si può dire che era infestato di briganti: gli esempi del 1799 accendevano le menti, e ogni contadino insofferente della miseria, come ogni ribaldo desideroso di conquistare la fortuna si davano alla campagna.

Ma non era possibile ripetere a pochi anni di distanza il tentativo di Ruffo, e mancava in ogni caso l'uomo.

Seguiti da torme fameliche, i briganti entravano nelle città, depredavano, violavano le donne e si dicevano difensori del sovrano legittimo. Bizzarro, non meno feroce di Mammone, osava dare in pasto ai suoi cani ufficiali francesi trucidati barbaramente e avea abituato i mastini a dare la caccia agli uomini; altri facean cose ancor più crudeli e avevano aria di dominatori.

Taccone dominava addirittura il nord della Basilicata. In una delle sue crudeli escursioni corse ad assediare, nel castello di Abriola, il barone Federici. Dopo un blocco di parecchi giorni costrinse il barone a rendersi, promettendo che non si sarebbe fatto male ad alcuno. Appena entrati i briganti violarono la moglie e le figlie del barone e poi buttarono tutta la famiglia nelle fiamme, da cui non si salvò per miracolo che un bambino.

Basso Torneo, crudelissimo, detto il Re della campagna, bruciava perfino una caserma di gendarmeria e condannava a esser bruciati vivi le mogli e i figli dei gendarmi assenti.

Parafante, il Boia, Francatrippa e Laurenziello commettevano gesta ancor più nefande.

Per il governo era necessità vincere il brigantaggio, sradicarlo sia pure in modi crudelissimi. La monarchia di Gioacchino non era sicura se non debellando le torme ogni dì crescenti e i cui capi mantenevano corrispondenza assidua con casa Borbone e la corte di Palermo.

Fu adottato un rimedio estremo, e il generale francese Carlo Antonio Manhés ebbe l'incarico di distruggere a ogni costo i briganti e gli furono conferiti poteri eccezionali. Il generale Manhés, che a quasi un secolo di distanza si nomina ancora con terrore nelle Calabrie e in Basilicata, era un degno generale di Gioacchino: intraprendente, arditissimo, senza scrupoli e nello stesso tempo uomo galante e avventuroso.