Manhés non esitò. Bisognava, per agire sulle fantasie meridionali, per vincere rapidamente il brigantaggio non avere pietà, sopra tutto non transigere mai. In Abbruzzo il brigantaggio fu distrutto in poco tempo: Antonelli impiccato, altri uccisi.

Ma le difficoltà più gravi erano in Basilicata e in Calabria, province più vicine alla Sicilia, da cui i briganti ricevevano soccorsi e aiuti e promesse.

Manhés avea pieni poteri: vi si recò, fece cose crudelissime. Taccone fu preso ed entrò a Potenza non da trionfatore, sì come avea sperato, ma a cavalcioni di un asino, la coda del quale servivagli da briglia: e con una mitra in testa, sulla quale leggevasi a grandi lettere: Questo è l'infame e crudele assassino Taccone. Era un supplizio molto comune allora, e voleva riescire di esempio al popolo.

Quagliarella, abbandonato dai compagni, fu ucciso a colpi di falcetto dai mietitori di Ricigliano, desiderosi di guadagnare la taglia, che gli pesava sul capo.

Bisognava che la repressione non solo fosse terribile, ma apparisse tale. Manhés non trascurò nulla a quest'oggetto. Il villaggio di Parenti, ove una compagnia di francesi era stata trucidata, fu messo in fiamme; altri paesi distrutti.

Con procedimento sommario, qualche volta senza nessun procedimento, migliaia di uomini furono uccisi. «Io non vorrei essere stato il generale Manhés — dice Pietro Colletta — ma nemmeno vorrei che il generale Manhés non fosse stato nel Regno nel 1809 e nel 1810. Fu per opera sua se questa pianta venefica del brigantaggio venne alla perfine sradicata.»

Manhés — come disse nel suo ordine del giorno di Monteleone — volle agire di un tratto, colpendo la causa stessa del male: volle prendere i briganti per fame. Sotto pena di morte fu vietato a chiunque di fornire loro viveri: e la disposizione fu applicata senza pietà. Significava colpire al cuore il male, poichè dopo la caduta delle nevi non era possibile ai briganti durare senza avere i viveri dai borghi.

La terribile repressione cominciò con il comune di Serra.

In quel comune, messo fra le giogaie dell'Aspromonte, i briganti aveano fatto sapere che voleano arrendersi: chiesero un abboccamento al sindaco, al tenente della gendarmeria e al capitano della guardia nazionale. Non diffidando, questi non presero alcuna precauzione: i briganti invece irruppero armati nella sala e trucidarono le autorità. Il tenente si chiamava Gérard, e sua moglie, bella giovane di 22 anni, caduta poco tempo prima nelle mani dei briganti di Castrovillari avea subìto il più crudele oltraggio e dopo era stata assassinata.

Manhés volle fare una vendetta terribile. Si recò a Serra seguìto da molti soldati: il paese fu pieno d'armati, e la costernazione entrò nell'animo di tutti. Manhés non volle ricevere alcuno: vegliò tutta la notte, pensando alla vendetta più crudele. La scelta della punizione era difficile. Da una parte non si poteva uccidere parecchie migliaia di persone: dall'altra non si poteva distruggere un paese necessario alla difesa nazionale. Gli abitanti di Serra erano infatti addetti alla industria del ferro ed essendo allora, a causa degli inglesi, impossibili o molto difficili le comunicazioni per via di mare, le poche miniere di ferro di Calabria eran preziose.