Qualche tempo dopo la donna si maritò e il generale Manhés dice che fu sposa e madre esemplare.
La persecuzione di Manhés in Basilicata e in Calabria durò pochi mesi: ma fu così terribile, che in breve tempo non rimase più in vita un solo brigante.
***
Dalla persecuzione di Manhés, avvenuta fra il 1810 e il 1811 sino alla fine della dinastia borbonica, nel 1860, in mezzo secolo, fatta qualche eccezione, il brigantaggio torna a essere malandrinaggio.
Appaiono anche in questi cinquant'anni alcune eccezioni notevoli, come quel famoso don Gaetano Vardarelli, intelligente e non privo di studi, che insieme ai suoi fratelli e a molti compagni dominò quasi la provincia di Foggia fra il 1815 e il 1817. Carbonaro e cattolico avea, malgrado non poche ribalderie, tendenze liberali e umanitarie e volea rassomigliare e rassomigliava in qualche cosa ad Angelo Duca. I Vardarelli aveano con sè la simpatia delle popolazioni, e non erano da confondersi con i banditi volgari. Il governo borbonico, che non avea potuto averli per forza d'armi li ebbe per tradimento: promise loro ciò che chiedevano, e come tante volte prima e dopo, venne meno al patto.
Il brigantaggio ebbe ancora qualche figura meno crudele o corrotta: ma fu sempre, dopo, sfogo naturale della miseria, della ingiustizia e della delinquenza, sì com'era stato prima nel 1799.
I famosi briganti del regno di Francesco I, la «grande compagnia di Gasparone,» la quale taglieggiava i comuni e i proprietari in Abbruzzo; la trista comitiva di Mezzapenta, famosa in Terra di Lavoro: le piccole bande sparse dovunque nella Basilicata non riunivano che disgraziati o delinquenti. Le operazioni erano sempre le stesse; si derubavano i viandanti, s'imponevano taglie ai possidenti, sotto minaccia di rovinare le loro proprietà; si rubavano e violavano donne, si eseguivano vendette per incarico o per commissione; storia di tristezze e di miserie.
Accanto al brigantaggio fioriva il manutengolismo, come si dice ancora da noi, ed era di due specie: era fatto per timidità ed era fatto per avidità. Vi erano coloro che speculavano sui briganti, che qualche volta arricchivano su di essi. I briganti doveano avere il protettore, l'informatore, il difensore; e spesso queste qualità si trovavano in coloro stessi che doveano perseguitarli. Parecchie fortune sono state fatte col brigantaggio; assai spesso il manutengolo arricchiva e il brigante finiva sulla forca. Le chiese stesse e i monasteri erano asilo di briganti, e i monaci di Venafro pregavano il giorno e non disdegnavano la notte di travestirsi per assalire i viandanti e per derubarli. Anche durante il regno di Ferdinando II il brigantaggio non fu che malandrinaggio: raccontarlo non sarebbe che ripetere una storia di dolore e di sangue. Le autorità erano fiacche, le popolazioni impaurite, le miserie grandi; l'esempio dei briganti arricchiti esaltava e accendeva le nature più miti. Perfino in tempi molto vicini a noi Ferdinando II, non riescendo a vincerlo altrimenti, graziava il brigante Giosafat Talarico, gli accordava lauta pensione e soggiorno nella ridente isola d'Ischia.
Ma la minaccia era sempre sospesa sul capo dei liberali, e le classi desiderose di novazioni (in grandissimo numero per necessità o per bisogno, in una certa parte per idealità) si preoccupavano dei massacri che ogni mutamento avrebbe prodotto: si sapeva che qualsiasi rivoluzione volea dire Santa Fede a Napoli e il brigantaggio nelle province.
Nel 1820, che pure non lasciò traccia alcuna, perchè fu moto incomposto e ingiustificabile, mentre i carbonari discutevano di libertà e i loro seguaci chiedevano impieghi nelle province, il brigantaggio si acuiva.