Più ancora il male si manifestò nel 1848.
Data la costituzione a malincuore si volle dalla Corte determinare quello stato di squilibrio, che rendeva necessario il ritorno al vecchio regime. I principi di casa reale, come il conte d'Aquila e il principe di Salerno pensarono di «promuovere la rivolta dei contadini nelle province, della plebaglia nella capitale» come scrive P. S. Leopardi. Difatti, in parecchi comuni, torme di contadini invasero le terre pubbliche e vollero dividersele e il brigantaggio, già depresso, cominciò a rifiorire.
Leggendo gli scritti e la corrispondenza dei liberali del 1848 traspare ogni momento la loro ingenua sorpresa nel vedere che, mentre essi lottano per la libertà, i contadini si rivoltano, invadono le terre pubbliche e se le appropriano, oppure si trasformano in briganti. L'8 giugno del 1848 Carlo Poerio scriveva a Raffaele Poerio: «Una setta anarchica s'impadronisce delle proprietà dei privati e quindi irrita e allarma i ricchi e li rende devoti a qualunque governo che permetta sicurezza.» E dopo ingenuamente confessa che, mentre la famiglia Poerio fa tanti sacrifizi «i nostri coloni non pagano e la guardia nazionale di Policastro s'impadronisce della Sila e la divide fra i suoi abitanti!» E lo stesso Carlo Poerio scriveva ad Alessandro il 22 luglio del 1848: «La difficoltà non è di far cadere il Ministero; ma sibbene di comporne un altro, mentre vi è una feroce reazione sanfedista nelle province, dove vi era stata mossa.... La rapina e i ricatti delle bande armate aveano finito di disgustare la massa dei proprietari e degli onesti cittadini. Nel Cilento, poi, gli sciagurati, che si sono mossi, formano una setta antisociale e bestiale, che non si occupa d'altro fuorchè di mettere a sacco e a ruba il paese.»
Nei nostri Parlamenti si fa sovrastare ora il pericolo dei dinamitardi; allora non v'era la dinamite e si parlava con terrore dei fuochisti, miserabili contadini che a ogni agitazione volevano riprender le terre che altri usurpava. E la monarchia trovava la sua difesa appunto nel divampare degli odî popolari.
Così Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa politica che più di sessant'anni prima avea salvata la corona del suo bisavolo. Egli e i suoi, prima di andar via, gittarono in fiamme il reame. L'esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione.
Anche allora uomini di fede pura lasciarono la vita miseramente. I briganti entrarono nelle borgate e nelle città, ebbero i loro generali, i loro capi, i loro protettori, i loro sfruttatori; fu l'esplosione di tutti gli odî, fu il divampare di tutte le vendette. Sopra tutto al sorgere del brigantaggio nel nord-est della Basilicata, fra i trucidati furono alcuni uomini che erano per la virtù della vita e la nobiltà delle idee onore della loro terra. Ma più tardi la politica entrò solo in parte, come mezzo di unione e di rallegamento. Il popolo non comprendeva l'unità, e credeva che il re espulso fosse l'amico e coloro che gli succedevano i nemici. Odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio.
L'Italia nuova non ha avuto il suo Manhés; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdita di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.
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Signore e signori,
Io v'ho detto che cosa sia stato il brigantaggio: vi ho raccontato tutta una storia di dolore.