Non chiedeva nulla, non voleva nulla. Andava a lottare, a soffrire; aspirava alla sazietà. In altri tempi sarebbe stato brigante o complice; ora andava a portare la sua forza di lavoro, il suo misticismo doloroso nella terra lontana, a costituire forse con i suoi compagni quella che dovrà essere la nuova Italia.

O povera gente così forte e così infelice, così buona e così calunniata!

IL VESCOVO D'IMOLA

CONFERENZA
DI
ERNESTO MASI.

Sulla fine di dicembre del 1832 Giovanni Maria Mastai-Ferretti, arcivescovo di Spoleto, e che poi divenne Papa col nome di Pio IX, fu da Gregorio XVI nominato vescovo d'Imola.

Entrò in Imola (notano con intenzione certi suoi biografi) il mercoledì delle Ceneri del 1833.

Se questo indefinibile arnese letterario, che si chiama una conferenza, e in cui la dose del poco e del troppo resta sempre un problema, si dovesse e potesse limitare ad una semplice biografia, io, per verità, dovendo fermarmi al 1846, non avrei molto da dire.

La vita di Pio IX è divisa essenzialmente in due parti, e la prima e più naturale divisione di essa neppur si ferma al 1846, bensì continua fino al 15 novembre del 1848, che Pellegrino Rossi, Ministro di Pio IX, fu assassinato in Roma a tradimento, mentre, sceso appena di carrozza, saliva il primo ramo di scala del palazzo della Cancelleria per recarsi a riaprire il Parlamento degli Stati Pontifici. Il giorno dopo, la rivolta di piazza, sobillata dai circoli demagogici, ormai padroni del campo, assaliva Pio IX nel Quirinale, gli imponeva un Ministero, e in capo ad altri nove giorni, il Papa, travestito da semplice prete, fuggiva da Roma nella carrozza della contessa Spaur, ambasciatrice di Baviera, e si rifugiava a Gaeta. La prima parte della vita di Pio IX finisce qui.

Da questo momento fino al 7 febbraio 1878, in cui Pio IX morì, egli, come uomo, come principe, come Papa, è un personaggio storico diversissimo da quello di prima, sebbene forse nell'uomo, nel principe e nel Papa di prima si trovino già, se non tutte le cagioni (le quali oltrepassano la sua qualunque individualità e sono di ordine più generale), certo molte delle ragioni sufficienti del mutamento in lui sopravvenuto.

Se non che fermandoci al 1846, che fu il primo anno del suo pontificato, noi vediamo in lui non solo il vero iniziatore del risorgimento italiano, allorchè questo esce finalmente dal periodo delle profezie letterarie, delle visioni teoriche, delle sommosse spicciolate e delle tenebrose cospirazioni, espiate coi martirii, per entrare nella piena luce della grande azione storica e comprendere in un moto irresistibile tutta intiera l'Italia e l'Europa, ma assistiamo altresì a questo fenomeno singolarissimo, che un uomo senz'alcun antecedente personale molto notevole, un uomo mediocre (l'epiteto è del Gioberti), mediocre di animo, di bontà, di coltura, d'ingegno e di carattere, e quasi inconsciente degli effetti prossimi e remoti della sua azione pubblica, può tuttavia dare la prima e più decisiva mossa a così straordinaria mole di eventi, e lo vediamo proprio, quando egli è ancora portato e si lascia volentieri portare dall'onda enorme d'una popolarità subitanea e senza esempio, e innanzi ch'egli incominci ad accorgersi e spaventarsi del crollo strapotente dato dalla sua debole mano a tutto il vecchio mondo e con una sola parola: perdóno, a pronunciar la quale, fra tanto imperversare di odii implacabili, d'ingiustizie selvaggie, d'impòtenti repressioni e di inutili vendette, non occorreva, se guardiamo bene, nè alcuna eroica bontà, che l'inspirasse, nè alcuna sopraffina abilità di governo, che la suggerisse anche al più modesto politico, come lo spediente migliore.