Una filosofia della storia alla Bossuet potrebbe quindi far di Pio IX un docile istrumento della provvidenza di Dio. Una filosofia della storia alla Darwin potrebbe far di lui una di quelle forze cieche, che agiscono nel mondo morale e materiale all'infuori d'ogni determinazione volontaria e per fatale impulso d'una legge misteriosa, che sfugge all'osservazione degli uomini. E quella in fine che oggi chiamasi concezione materialistica della storia, che è la filosofia professata dalla scuola socialista o giù di lì, e pretende aver sorpassate tutte le altre, perchè le riduce tutte al fenomeno economico, quella, dico, dinanzi al fenomeno storico d'un Pio IX, non potendo spiegarselo nè coll'organismo della produzione, nè colla bilancia mobile dei salarii, nè col prezzo delle derrate e via dicendo, probabilmente passerebbe oltre senza curarsene, lasciando che altri riempisse, come meglio crede, una siffatta lacuna.

La realtà è invece, mi sembra, che iniziando o fermandosi, secondando o resistendo, annientandosi come principe o esagerandosi come papa, il destino di Pio IX è di essere, anche suo malgrado, uno dei fattori storici principali della Rivoluzione Italiana, e che tale destino s'adempie in lui fino all'ultimo; s'adempie persino nelle più prestigiose coincidenze esteriori con una puntualità singolare. Muore difatti il primo Re d'Italia in Roma; pochi giorni dopo lo segue Pio IX nella tomba. L'Italia è fatta! Il periodo storico della vera e grande Rivoluzione Italiana è finito!

Sotto questo aspetto almeno, parlar di lui con serenità, con giustizia, con equità, con misura, oltrechè ufficio della storia verso ognuno, par quasi debito di riconoscenza nazionale, sebbene sia difficile sempre, come avvertì il Machiavelli, parlare senz'odio o senz'amore dei contemporanei e non dispiacere a molti, quanto più appunto ci si studia di non dispiacere a nessuno. Ciò in generale. Nel caso speciale di Pio IX, la quantità degli scrittori, che pro o contro, di proposito o per incidenza, hanno parlato di lui, cresce a dismisura la difficoltà. Da cinquant'anni ad oggi sono a migliaia e in tutte le forme letterarie possibili. Una classificazione qualsiasi chi potrebbe tentarla neppure?

Guardando alla grossa, v'ha i patriotti classici (chiamiamoli così) che spiegano per insegna l'epigramma famoso dell'Alfieri: — Il Papa è Papa e re — Dèssi abborrir per tre! — senza stare a cercar altro; v'ha chi si vanta di non aver mai dato dentro all'illusione di un Papa liberale e italiano, e razzola e aggruppa aneddoti e pettegolezzi per dimostrare che questo Papa, apparso nel 1846 come un prodigio, altro non era che la resultanza combinata d'un Alessandro VI e d'un Pio V, d'un fanatico e d'un feroce; v'ha chi si affligge d'aver visto svanire con Pio IX il maggiore, forse l'ultimo, tentativo di conciliazione fra Italia e Papato, cattolicismo e libertà; v'ha chi arreca a lui solo la colpa d'aver mandato a male il moto di riscossa più largamente e più profondamente popolare, che sia mai stato in Italia, e non gli perdona di non aver saputo essere un Alessandro III, come se al 1848 l'Europa fosse ancora composta di Papi, Imperi e Comuni, mentre invece i Comuni alla medio evo non esistevano più, e Papi ed Impero non erano più che due Stati, uno debolissimo contro un forte; v'ha chi esalta e divinizza Pio IX come l'eroe e il martire del secolo, che dopo una lotta immane contro tutte le malvagità del suo tempo soccombe bensì, ma lancia, cadendo, col Sillabo e l'Infallibilità papale l'ultima condanna, l'ultima sfida a tutte le scapestratezze della società moderna, e le ha preparato in pari tempo l'ultimo porto di salvezza, quando stanca, prostrata, pentita de' suoi errori e vagante come pazza fra tenebre mentali sempre più fitte, tornerà a ridomandare la luce e la pace delle verità tradizionali al solo uomo, che ha dunque, dicono, la certezza di non errare.

La speranza di tale ritorno è audace, non v'ha dubbio, non meno della condanna e della sfida; ma a che pro continuare questa enumerazione, se non c'è possibilità di compirla, e se essa non varrebbe forse che ad impigliarci in polemiche infinite senza alcuna probabilità nè di scegliere, nè d'intenderci, nè d'accordarci, nè di venire ad una conclusione?

Stiamo dunque modestamente ai fatti, come sono. Essi soli, non sempre, ma il più delle volte danno lume a orientarsi fra le fallacie delle dottrine, i mutamenti delle opinioni, le superbie, i vanti, le ingenuità e le perfidie delle sètte, delle fazioni e delle scuole, ognuna delle quali pretende naturalmente di possedere tutta la verità.

Ci fermammo l'anno scorso, se ve ne ricordate, al 1831, l'anno dell'elezione di Gregorio XVI. Le ultime onde della rivoluzione erano venute a sbattersi languidamente e a morire sulle porte del conclave, che lo aveva eletto, e quando queste porte si riaprirono, ne uscì un Papa dei soliti, un vecchio cioè quasi settantenne, che da quarantasette anni era monaco Camaldolese, ch'era stato bensì Prefetto di Propaganda e negoziatore di concordati con qualche Stato europeo, ma che se molto sapeva di teologia, delle cose di quaggiù avea cognizione ed esperienza, quanto di quelle del mondo della luna. Eppure, chi lo crederebbe? Fra le quinte del conclave, anche Gregorio era stato combattuto come avverso all'Austria, e citando un passo della sua opera teologica: Il trionfo della Santa Sede, qualcuno s'era pure provato a farlo passare per liberale. Poveretto! Un torto, che non meritava davvero, come non meritava d'essere annunciato ai suoi felicissimi sudditi con le parole divenute famose del cardinale Bernetti, suo segretario di Stato: «un'era novella incomincia». Un buon astrologo, in fede mia, quel Bernetti e soprattutto in gran buona fede!

Furono quindici anni di congiure, di sommosse periodiche, di repressioni feroci, d'interventi stranieri, di carcerazioni, di esigli, di condanne, di supplizi, e di un oscurantismo così insensato, che infamarono nell'opinione pubblica europea il Governo Pontificio, e che resero proverbialmente odioso il nome di Gregorio XVI, forse non cattiv'uomo nel fondo; certo non tale, quale il libello e la satira politica (unica vendetta ed unico sfogo agli oppressi) l'hanno dipinto, perocchè è falso ch'egli fosse scorretto di costumi, dedito al vino fino all'ubriachezza abituale, avido del danaro pubblico per arricchirne i nipoti, e tutti gli aneddoti, nei quali si compiacque, per esempio, l'erotica fantasia del Petruccelli della Gattina nella sua Storia dei Conclavi, e che si vedono ricopiati da tanti altri della sua risma, sono invenzioni.

Lo si diceva, poniamo, dominato a bacchetta dal suo cameriere, Gaetano Moroni, per certo intimissimo suo, e che avendo cominciato barbiere del convento dei Camaldolesi, avea finito per essere in corte del Papa un gran personaggio, a cui non solo s'inchinava riverente una folla di mendicanti e di cacciatori d'impieghi, di grazie e di onori, ma che per mezzo dei diplomatici e dei visitatori stranieri più cospicui era divenuto noto a tutt'Europa e riverito col vezzeggiativo di signor Gaetanino, com'era solito il Papa chiamarlo. Il mondo è sempre stato così e continua ad essere, anche se il signor Gaetanino non è più in corte del Papa, ma è invece ministro, deputato, o un pezzo grosso qualsiasi. Pur di piegare la schiena a qualche potente, o creduto tale!! Ora anche il signor Gaetanino, un mitissimo cortigiano, tutto miele di sorrisi, di complimenti e di riverenze, è dipinto nei libelli e nelle satire contemporanee come un Tigellino spietato, un Seiano, consigliere d'infamie e qualcosa pure di più turpe, ed in tutto questo parimenti non c'è nulla di vero. Il signor Gaetanino invece era un giovine popolano, intelligente, istruitosi un po' da sè, un po' coll'aiuto del Papa e riuscito all'ultimo un erudito non volgare, sempre poi un lavoratore indefesso, il quale, oltre alle sue faccende di corte, ha trovato modo di lasciare 120 volumi d'un Dizionario Storico-Ecclesiastico, che anche oggi si consulta con qualche utilità. Certo, egli era un servitor devoto e affezionatissimo al Papa, nè mai s'era sognato che il suo signore e padrone potesse aver torto, ma era un galantuomo, rispettato per tale a Roma, dove io stesso ebbi curiosità di conoscerlo, come un monumento d'antichità, poco dopo il settembre del 1870, rispettato, dico, anche dai liberali, e soggiungerò che fra i papalini più noti rimarcai ch'egli era uno dei più indifferenti alla mutazione avvenuta.

Di lui seppi altresì con certezza quest'aneddoto. Gregorio XVI avea in odio mortale le ferrovie, come un'invenzione del diavolo, e da buon logico non volea neppur sentirne parlare. Per vincere questa sua ripugnanza, i banchieri, che ne brigavano la concessione per gli Stati Pontifici, immaginarono (da quell'ingegnosissima gente che sono) di presentare al Papa il modellino d'una ferrovia tutto in argento, un amore di giocattolo, ch'essi credevano avrebbe valuto a sedurre quel tanghero di teologo. Ufficiarono quindi il signor Gaetanino, offrendogli una somma addirittura enorme, affinchè egli facesse trovare al Papa quel giocattolo sul suo scrittoio. Il signor Gaetanino rispose secco ch'ei non guadagnava il suo denaro a così buon mercato, ch'ei non si prestava a tale insidia al suo benamato padrone, e rifiutò. Non voglio farne per questo un eroe; dico soltanto che tanti altri Gaetanini della vita pubblica d'adesso non solo avrebbero accettato il negozio, ma, riuscendo, avrebbero ingoiato anche la ferrovia vera con la macchina accesa e i vagoni pieni!