Che perciò? Non meno indegno, nè meno giustamente diffamato fu il governo di Gregorio XVI per la cecità bestiale del suo oscurantismo e per la efferatezza dei mezzi, con cui credette aver diritto di difendere da ogni minaccia il suo principato; cecità ed efferatezza che, se già altre circostanze più alte e più speciali non ci fossero, spiegherebbero da sole il contraccolpo di quasi folle entusiasmo e l'esplosione subitanea di giubilo, di contentezza e di speranza, con cui ad occhi chiusi fu accolto Pio IX.
Domata nel marzo la rivoluzione del 1831, gli Austriaci nel luglio se n'andarono dalle Romagne, ed il paese restò in uno stato di strana incertezza, con una guardia civica, riarmatasi nelle quattro Legazioni, ed un governo, che intanto metteva insieme un'orda di usciti di galera e di banditi fra Rimini e Ferrara coll'idea di compir l'opera, che gli Austriaci avevano lasciata a mezzo.
Era in sostanza la guerra civile, che s'andava bel bello apparecchiando, e che al cardinale Bernetti, il quale pur si vantava discepolo del Consalvi, non parea poi un ideale di governo da disprezzarsi del tutto. Non così la pensavano le potenze protettrici, le quali in cinque, non esclusa l'Austria, avevano chiesto con un memorandum collettivo, come si praticherebbe col Bey di Tunisi, fino dal 10 maggio 1831, che almeno le più marchiane assurdità del Governo Pontificio fossero corrette. Il Bernetti fece l'uomo offeso. O non avea promesso l'êra novella? Aspettassero dunque che l'erba crescesse, e l'erba, la mal'erba, fu il cardinale Albani, cagnotto dell'Austria e uno dei più vecchi e peggiori arnesi della Curia, messo alla testa di quell'infame marmaglia, che s'andava riunendo fra Rimini e Ferrara, e incaricato di rimettere in cervello del tutto Bologna e le Romagne.
A tale minaccia quelle popolazioni si risentirono fieramente. Fra gli ultimi di dicembre e il gennaio 1832 una parte delle Guardie Civiche di Forlì, di Ravenna, d'Imola e di Bologna s'andò pertanto radunando a Cesena, deliberata di tener testa ai Papalini, i quali finalmente il 20 gennaio dettero l'assalto a Cesena. I liberali non erano più di 1800; quasi 5000 i Papalini. I primi, male armati e non guidati da alcuno, resistettero ciò nonostante sei ore, poi si sbandarono, ed i secondi, entrati in Cesena, non perdonarono nè a luogo, nè a sesso, nè a età, nè a condizioni: trucidarono vecchi, donne, preti, bambini, persino nelle chiese, dove alcuni avevano cercato rifugio. Sono così enormi questi fatti, che molti scrittori per partito preso cercarono attenuarli o negarli, quella perla del Cantù fra gli altri, ma, oltrechè negli storici più gravi e nelle corrispondenze private e diplomatiche, sono concordemente attestati da certi diari manoscritti, che si conservano a Cesena e sono opera di preti o di gente ad essi devotissima. Non c'è quindi da dubitarne, tanto più che le gesta del cardinale Albani a Cesena si rinnovarono quasi identiche, se non peggiori, il 21 gennaio a Forlì, il 24 a Faenza, e il 25 a Imola, dove i Papalini si congiunsero cogli Austriaci, ritornati subito, e tutti insieme furono il 26 a Bologna, dove, per colmo d'obbrobrio (tanto era l'orrore inspirato dai lanzichenecchi papali) gli Austriaci furono accolti e acclamati, come salvatori.
Volle ora l'Austria far suo pro dell'esecrazione eccitata da queste tragedie, per vantaggiarne le sue vecchie cupidigie sulle quattro Legazioni? Se ne adombrò il Papa e pensò di opporre stranieri a stranieri nello stesso modo che opponeva una parte dei suoi sudditi all'altra? Ossivvero la Francia si mosse di suo per bilanciare l'influenza dell'Austria e impedirne un ulteriore ingrandimento in Italia? Fatto è che ora accade questo: l'Austria cerca estendere i suoi partigiani colla sètta Ferdinandea; i Francesi di Luigi Filippo occupano Ancona, dandosi le solite arie di venire in aiuto ai liberali, che invece perseguitano per conto del Papa al pari degli Austriaci; le truppe del Papa neppur si provano di resistere e nondimeno il cardinal Bernetti (lui, che avea chiamati e richiamati gli Austriaci) protesta contro la nuova invasione straniera, mentre poi, per poter fare a meno di Austriaci e Francesi, organizza le sue masnade in Centurioni (vera sètta di scherani sedentari, raccolta luogo per luogo, a cui era assicurata l'impunità d'ogni delitto) e di lì a poco, per compir l'opera, assolda due reggimenti di Svizzeri.
Lo dissi già l'anno scorso. Se non vivessero ancora molti della generazione, che l'ha visto cogli occhi proprî, difficilmente si crederebbe ad un simile viluppo di stoltezze e d'iniquità (pare che molti, troppi Italiani se ne siano scordati), eretto, in pieno secolo XIX, a sistema di governo, per eccellenza conservatore, e a cui non mancarono neppure interpreti teorici più sfrontati, lo Haller nella Restaurazione della scienza politica, il Canosa nell'Esperienza ai Re della terra, Monaldo Leopardi, il padre del poeta, nei Dialoghetti sulle materie correnti nel 1831, e parecchi altri.
Il paese era prostrato senza più nè fiducia, nè energia, nè speranze. Gli esuli invece numerosissimi s'agitavano, ed ora principia la serie dei tentativi rivoluzionari, organizzati dal di fuori e che non trovano dentro se non consensi spicciolati dei più arrischiati, dei meno in cervello, dei meno atti e veder chiaro e a riferire giustamente, o peggio ancora, di coloro che pescano nel torbido per professione; un quissimile delle proscrizioni e dei ritorni guelfi e ghibellini dei nostri Comuni medievali.
Notiamo intanto. — Anche l'insurrezione della Guardie Civiche di Romagna nel 1832 ha un carattere iniziale di semilegalità, perchè si mossero richiedendo l'esecuzione delle promesse del Bernetti, quel burlone dall'êra novella, e se all'ultimo intonarono nei loro bivacchi e nella breve pugna di Cesena il Ça-ira e la Carmagnola, reminiscenze giacobine, fu l'immanità della repressione, che dimostrò non esservi possibilità d'intesa col Papa ed i suoi ministri.
Ma, in mezzo a questo pandemonio di congiure, di promesse non mantenute, d'invasioni straniere e di brigantaggio organizzato, non è men vero che un'opinione moderata va spuntando, il proposito di opporre il bene al male, di mettere tutto il torto dalla parte del governo, di appellarsi all'opinione pubblica liberale, che dopo il 1830 va sempre più slargandosi e imponendosi in tutt'Europa, e di forzarla a metter riparo a tante enormezze. Contemporaneamente però, e appunto in quest'anno 1832, Giuseppe Mazzini fondava la Giovine Italia, il cui programma era l'azione immediata, e un determinar tutto a priori, l'unità nazionale, la repubblica come forma di governo, l'insurrezione popolare, come mezzo a conseguir l'una e l'altra, e persino una riforma educativa e religiosa, contenuta nella sua celebre formola: Dio e Popolo, ed ecco una nuova ragione di dissenso e di contrasto fra i liberali.
Ormai è tempo però di non giudicar più tali dissensi e contrasti solo dalla riuscita e di sollevarsi ad una critica più giusta, che tenga conto delle condizioni d'allora e soprattutto veneri, come merita, tutta questa forte generazione d'uomini, che fra tante ruine non disperò mai, non si accasciò mai sull'orma sua, ma lottò tenacemente e sempre, e quante volte cadde rovesciata, altrettante si rialzò e riprese a combattere, variando arme, propositi, ed anche moltiplicando colpe ed errori, se si vuole, ma senza contar mai le vittime, delle quali aveva seminata la via.