La propaganda mazziniana trovò in Romagna molti aderenti; in Bologna assai meno allora e dopo. Allora poi le nocquero soprattutto le due imprese tentate in Piemonte e in Savoia nel 1833 e 34, che parvero e sono veramente d'una supina e colpevole inanità e giovarono non poco alla reazione, la quale, diffidando sempre delle giovanili velleità di Carlo Alberto, voleva, secondochè bucinavasi nelle congreghe del sanfedismo piemontese, far assaggiare anche a lui sangue di liberali.

Scorse così qualche anno. Fra il 1837 e il 38 Austriaci e Francesi se n'andarono di nuovo. Al Papa rimanevano gli Svizzeri e qualche reggimento indigeno, ma la sua difesa migliore e più fida gli parevano i Centurioni, le spie e la polizia, che erano tutt'uno. Mazziniani e liberali si riscossero. A Bologna capitò Carlo Poerio, nome divenuto poi famoso, e s'ebbe da esso contezza di gravi rivolgimenti prossimi a scoppiare nel regno di Napoli, ov'erano, diceva (parlando a nome del Mazzini), armi pronte, animi disposti ad ogni estremità, tremila Calabresi, ai quali bastava un cenno per muoversi in aiuto d'altre provincie italiane, che insorgessero, e persino si faceva assegnamento su buon nerbo di Albanesi, gente manesca e ardente di combattere per l'Italia.

In questo emissario mazziniano, che profetizza tali miracoli, chi riconoscerebbe il Poerio moderato e cavouriano del 1860? Anche fra i compromessi mazziniani del 33 in Piemonte c'è Vincenzo Gioberti, e chi direbbe che sette od otto anni dopo scriverà il Primato? Ma sono appunto questi trapassi, queste variazioni, queste gradazioni, che danno impronta così originale e così sincera al movimento rivoluzionario, segreto e palese dell'Italia, e a biasimarli o lodarli col senno del poi si può fare dell'inutile polemica retrospettiva, ma non si penetra nell'intima psicologia di questa storia.

Non tutti a Bologna aggiustarono fede alle promesse del Poerio, nè tutti le giudicarono d'egual valore, specie quel soccorso degli Albanesi, che parve alquanto fantastico; nondimeno, per non perdere un'occasione, se mai era, un comitato rivoluzionario si riordinò nel 1840. Avrebbe voluto essere indipendente del tutto dalla direzione mazziniana, pure temendo che coll'ignorare ciò che tramava la Giovine Italia, accadesse di disgregare le forze, la nuova cospirazione s'accontò con alcuni, che ancora aderivano in tutto al Mazzini, e formò con essi un cosiddetto Comitato d'azione, il quale cercò relazioni e aderenze con Ferrara, le Marche, Roma e la Toscana. Si aspettava il segno da Napoli, ma Napoli non si moveva, anzi pareva ora aspettarlo essa dallo Stato Romano. In queste incertezze si preparava alla meglio l'azione, riunendosi i cospiratori in una villa vicina a Bologna, ove tra i più impazienti era Luigi Carlo Farini, che sfidando mille pericoli accorreva nottetempo e a cavallo da Ravenna, e prima che albeggiasse ripartiva.

È il caso di ripetere anche qui: chi indovinerebbe in questo audace e romantico cospiratore il futuro storico dello Stato Romano, così severo alle vecchie cospirazioni politiche, ed il futuro dittatore delle provincie emiliane nel 1859?

Del suo mutamento molti scrittori repubblicani, Aurelio Saffi fra gli altri, gli fanno acerbo rimprovero; ma perchè? Non mutò anche il Saffi, di moderatissimo divenendo Triumviro della Repubblica Romana e rimanendo poi sempre uno dei più onorati e solitari epigoni della fede mazziniana?

Non c'è di peggio della passione politica per far confondere il criterio della fazione con quello della storia anche negli animi più retti.

Allora il Farini era dunque fra i più insofferenti d'indugi e per romperli con qualche probabilità di riuscita e chiarirsi del vero, il Comitato spedì a Napoli segretamente il conte Livio Zambeccari, bolognese, fervido e coraggioso uomo, ma ahimè! il più disposto da madre natura a pigliar lucciole per lanterne. Scelto bene il referendario!

Queste le condizioni delle Romagne dal 1832 al principio del 43; questo il paese, nel cuore del quale era stato mandato ad esercitare il suo ministero di pace e di misericordia Giovanni Maria Mastai-Ferretti, vescovo d'Imola. Ora, che uomo era esso? quale la sua vita insino allora? e che parte era la sua fra gli oppressi e gli oppressori?

Più che mai ci troviamo collocati ora, o Signore, fra la storia e il libello, fra la satira e il panegirico; fuoco nascosto sotto la cenere ingannatrice, direbbe il poeta latino, su cui bisogna camminare con precauzione. Un gran santo, un gran genio fin dalla culla, ne fanno alcuni; un bimbo nato col bernoccolo d'ogni scelleratezza, ne fanno altri; frottole, leggende l'una e l'altra versione; nè per conoscer l'uomo è mestieri in questo caso (come in quasi tutti gli altri del resto) pigliar le mosse così di lontano.