Il conte Giovanni Mastai era un nobile di provincia, nè molto ricco, nè di molto antica data. Apparteneva a rispettabile famiglia di Sinigaglia, in cui nel secolo XVI era entrata sposa una Garibaldi; scoperta atavistica, che a qualcuno pare molto notevole; a me no. Il padre, il conte Girolamo, era un galantuomo; la madre, la contessa Caterina, una signora pia, virtuosa e bellissima. Giovanni Maria fu l'ultimo de' suoi nove figliuoli; studiò nel Collegio degli Scolopi a Volterra. Ne uscì, perchè epilettico, terribile malattia, dalla quale guarì cogli anni e coi viaggi, ma gli lasciò sempre uno strascico di eccitabilità, di emottività subitanea e mutevole, «di nervosa passione», come dice il Farini, storico e medico, accennando a spiegare con questo, e forse con ragione, non poche delle ulteriori vicende di Pio IX. Tali in realtà l'infanzia e l'adolescenza del Mastai.

La sua precocità negli studi, la sua vena poetica, che prendeva a soggetto talvolta le battaglie napoleoniche, i suoi mirabili progressi, che facevano andare in solluchero i maestri, i quali lo compensavano di corone accademiche, profetando fin d'allora ben altre corone all'alunno promettentissimo, sono le solite frasche dei panegiristi, siccome altri aneddoti, relativi alla sua giovinezza e coloriti poco meno che col pennello di Svetonio, quando narra le amenità dei dodici Cesari, sono ignobili fanfaluche o amplificazioni dei detrattori.

Tornato alla sua Sinigaglia nel 1809, vi si fermò fino alla ristaurazione di Pio VII. Giovine, malaticcio, distratto quindi per necessità da studi troppo intensi, è naturale che abbia sentito e vissuto da giovine.

È il tempo che la vita italiana, su cui è passato il soffio della Rivoluzione Francese, sta trasformandosi profondamente; è il tempo, che la leggerezza arcadica sta cedendo il posto alla sentimentalità preromantica; è il tempo, che i nostri vecchi cicisbei e cavalieri serventi sono sulla via di trasformarsi in Oberman, in Werther, in Iacopo Ortis, in Renato.

A queste variazioni la gioventù è sensibilissima e tanto più la gioventù d'una piccola città di provincia, la quale naturalmente le esagera con poca misura di buon gusto sin nelle mode e nelle fogge esteriori. Non trovo nulla di strano quindi che il giovine Mastai si lasciasse crescere le chiome e le rabbuffasse con una certa premeditazione, che portasse una polacchetta grigia cogli alamari neri, un berretto rosso, pantaloni screziati di colori vistosi, un cravattone sventolante, gli sproni agli stivali, un giardino alla bottoniera e un eterno sigaro in bocca, come il Giovinetto del Giusti, e che questo insieme di figurino, il quale oggi parrebbe un sintomo di mattoide (ogni tempo ha i suoi sintomi), allora invece solleticasse dolcemente le fantasie e i cuori delle sensibili fanciulle di Sinigaglia. Non trovo nulla di strano quindi che fra le più commosse a veder caracollare per le vie sopra un focoso destriero un tal tipo d'arrischiata eleganza locale, sia dato nominare una Lena popolana, che lo amò sul serio e a cui non fu fedelissimo, una principessina Elena Albani, che, per esemplare castigo del volubile Mastai, prima gli preferì un asino d'ussaro, ma autentico, poi andò sposa a un signorone di Milano, e lo piantò in asso, nonostante le pittoresche combinazioni del suo abbigliamento, e finalmente ch'egli tentasse consolarsi di questo abbandono con una Morandi-Ambrogi, piccola deità di palcoscenico, e giuocando al pallone sulle mura di Sinigaglia, o al bigliardo in qualche losca e affumicata stamberga di caffè ed in non troppo edificante compagnia, che allarmava la buona famiglia Mastai, una famiglia di schietti codini (checchè se ne sia detto), perchè il rivoluzionario ed esule del 31, di nome Pietro, che molti citano e che per campare onestamente la vita faceva il lustrascarpe a Ginevra, non era niente affatto fratello di Pio IX, bensì un conte Ferretti, suo lontano parente.

Le abitudini, gli atteggiamenti, le mode e le piccole avventure del Mastai sono cose insomma di tutti i tempi e di tutti i luoghi e che si possono narrare d'ogni giovine, che non sia uno schietto imbecille, ed abbia un temperamento vivace, e tanto più d'un giovine, com'era senza dubbio il Mastai, indole gioviale e affettuosa, ma forse in fondo infelice per l'orribile malattia, che l'affliggeva, e bisognoso di sbattersi un po' di dosso la malinconia.

Nè ciò impedisce, anche se ebbe allora misteriosi contatti (possibilissimi, ma non provati di certo) con qualche inferraiuolato framassone, nè ciò impedisce, dico, che tramutatosi a Roma a cercar fortuna al seguito dello zio, monsignor Paolino Mastai, e trovatosi in tutt'altro ambiente, prima s'accodasse a quel prelatume mondano, ultimo avanzo degli eleganti abati settecentisti, la più comune forma del cicisbeismo romano, poi l'ascetismo sincero della madre ripigliasse il disopra nell'indole del giovine Mastai e finalmente che l'influenza e la protezione di Pio VII facessero il resto, spingendo l'estrema emottività di lui in tutt'altra direzione da quella di prima.

Tuttociò è naturalissimo e sono inutili tutti gli sforzi dei libellisti a complicare romanzescamente e a colorire sinistramente questi primordi assai semplici e chiari del Vescovo d'Imola e di Pio IX, siccome sono superflui, mi pare, gli sforzi dei panegiristi fanatici a dissimularli e negarli.

Si narra che da prima tentasse entrare nelle Guardie Nobili del Papa e che risaputosi della sua infermità, il comandante, principe Barberini, non lo volesse ammettere. Erano gli ultimi guizzi degli antichi ardori cavallereschi, e si spensero così! Oramai l'ultima sua speranza erano il sacerdozio e la prelatura, quest'ultima la gran via degli onori e della fortuna nella Roma d'allora. Ma il Mastai, sempre più infervorato di idee religiose, cominciò bene la sua carriera, offrendosi ad un modestissimo ufficio di carità pei poveri orfani dell'ospizio di Tata Giovanni (Papà Giovanni vuol dire, in dialetto romanesco), un ricovero fondato già da un povero muratore, che si chiamava Giovanni Borghi.

In quella vita di sagrificio e di abnegazione operosa, la sua salute migliorò notabilmente, siccome gli avea presagito Pio VII, i cui incoraggiamenti ve l'avevano spinto, ed il giovine Mastai, ammiratore devoto di questo Papa, che le violenze di Napoleone aveano circondato d'un'aureola di santità e di martirio, ebbe il presagio in conto di profezia e di miracolo, e si fece prete.