Com'è di tutte le nature ardenti e impulsive (ed il Mastai certamente lo era) ben presto le quattro mura dell'ospizio di Tata Giovanni gli parvero anguste alla nuova energia morale, risvegliatasi in lui, e gli sorrise un più vasto campo di lotta, la predicazione, la missione evangelica in terre di barbari e di idolatri ed, occorrendo, la persecuzione e il martirio. Si provò prima, come oratore sacro, nella chiesetta dell'ospizio, poi dinanzi a pili vario uditorio in San Carlo al Corso, ed il successo non fu nè piccolo, nè grande. Pure si parlò di lui e qui viene a collocarsi nella sua vita un aneddoto singolare e che allo studio dell'uomo, qual era, importa non poco.

Una delle ultime forme delle Sacre Rappresentazioni medievali, dalle quali ebbe origine il teatro moderno, e che più specialmente si riattacca, mi pare, a quelle, che nella magistrale opera del D'Ancona su questo argomento, sono dette i Contrasti, era un genere di predica popolare, fatta per lo più sulle piazze e di cui si valevano i missionari, la qual predica si faceva in due o tre contemporaneamente, disputando fra essi in una specie d'azione dialogizzata fra un dotto e un ignorante, fra un peccatore indurito e il prete, che vuol convertirlo, e via dicendo. Or bene, il cardinale Testaferrata, vescovo di Sinigaglia, volle nel 1822 organizzare una di tali rappresentazioni in quella città e (caso o disegno che fosse) nella compagnia dei Missionari, colà spedita, fu scritturato il Mastai. Pochi anni prima Sinigaglia l'avea conosciuto, come dissi, sotto ben altre spoglie e ben altre sembianze. Rivederlo ora sul trespolo dei missionari, accanto a un gran crocifisso, sotto la zimarra del prete; udirlo esortare e minacciare i peccatori colla voce tremula, il gesto agitato, lo zelo, la passione d'un apostolo, in cui gli uditori subodoravano la contrizione d'un convertito, produsse un effetto incredibile, e qui pure la malevoglienza ha intrecciato leggende d'ogni fatta: bische e taverne invase a furor di popolo: sante Terese in estasi; Maddalene, penitenti, innamorate, impazzate. A noi basta notare l'antitesi drammatica significantissima anche in questo episodio della vita del Mastai.

Ne segue un altro nel 1823 di ben più vaste proporzioni: una sua missione mezzo tra diplomatica e apostolica al Chilì. Non più ora la modesta piazza d'una città delle Marche, ma un più vasto orizzonte s'apre dinanzi alla fantasia del giovine e del prete: l'Oceano infinito, i monti mostruosi, la vegetazione dei tropici, selvaggi da convertire alla fede, repubblichette ringhiose e sanguinarie da ammansare, e, chi sa? forse il trionfo, forse invece la schiavitù, il martirio! Capo della missione era un monsignor Muzi, vescovo in partibus e compagno al Mastai un prete Sallusti, che ha narrato il viaggio in quattro grossi volumi, illeggibili veramente, nonostante che il viaggio fosse in realtà disastrosissimo, e i rischi corsi, e i patimenti sofferti non pochi nè lievi. Tutto però si riduce a mal di mare, tempeste, quarantene, nulla di molto romanzesco, voglio dire, nè come missione apostolica, perchè non si sa d'alcun idolatra convertito dall'eloquenza del Mastai, nè come missione diplomatica, perchè non si sa d'alcun importante negoziato condotto a termine da monsignor Muzi.

Ad ogni modo un immenso viaggio (di cui è certo esistere una narrazione scritta dallo stesso Mastai, ma ancora inedita e sconosciuta da tutti) un immenso viaggio per quei tempi da Roma a Santiago e da Santiago a Roma, ove furono di ritorno nel 1825, e trovarono morto da tempo Pio VII e succedutogli il Della Genga col nome di Leone XII, per fortuna del Mastai assai benevolo a lui. Difatto lo nominò tosto Presidente dell'Ospizio di San Michele, asilo di vecchi e penitenziario di donne, in cui il Mastai, quanto era stato tenero, indulgente, pietoso nell'ospizio di Tata Giovanni, altrettanto si mostrò orgoglioso, severo, inflessibile; contraddizione singolare, che anch'essa dice non poco dell'indole dell'uomo e di parecchie sue gesta future. Due anni dopo era nominato Arcivescovo di Spoleto, ed ivi è il suo primo contatto colla Rivoluzione Italiana.

Dissi già che la Rivoluzione Bolognese del 31 avea spinte le sue squadre, sotto il comando del Sercognani, vecchio soldato di Napoleone, sino ad Otricoli. Non osò correre su Roma e si fermò dinanzi a Rieti, dove Gabriele Ferretti, un vescovo con atteggiamenti guerreschi alla medio evo e che fu poi Segretario di Stato di Pio IX, stava con bande armate sugli spaldi della città. Il Sercognani retrocedette sino a Spoleto ed ivi l'arcivescovo Mastai riescì a disarmare e sciogliere le truppe del Sercognani.

È d'uopo sceverare ancora la leggenda dalla realtà. C'è chi ha dipinto il Mastai in questa occasione un politico sopraffino e senza scrupoli, che fa di Spoleto la Capua del Sercognani e dopo averlo ammollito nelle delizie e versandogli l'oro a piene mani, lo induce a disarmare e sciogliere le sue truppe, le quali alla spicciolata, credendo ridursi alle proprie case con un salvacondotto, cascano invece in mano agli Austriaci, che s'avanzavano a grandi giornate da Bologna ed Ancona. C'è invece chi ha dipinto il Mastai, come già intinto di pece rivoluzionaria e amoreggiante coi liberali, laonde poi sarebbe caduto in disgrazia di Gregorio XVI e tramutato ad Imola. Quanto all'oro intascato dal Sercognani, parli per questo povero soldato la sua fine. È morto esule e miserabile in uno spedale di Parigi. Quanto all'arcivescovo Mastai, la sua condotta in quel frangente non merita:

Ni cet excès d'honneur, ni cette indignité.

Dinanzi ai primi subbugli di Spoleto egli si era prudentemente allontanato. Tornò, perchè il Governo Pontificio avea messo nelle mani di lui anche il potere civile e allora si conformò pienamente a quello che aveva fatto il cardinale Benvenuti colla capitolazione d'Ancona. Il Sercognani, cioè, che retrocedeva da Rieti, sapendo già della capitolazione di Ancona e dell'intervento austriaco, capitolò esso pure nelle mani del Mastai. Che colpa ebbero il Mastai e il Sercognani, se la capitolazione fu disdetta? Tuttociò si vede chiaro nelle lettere del Mastai al Bernetti e al Benvenuti, che sono pubblicate, e da esse risulta soltanto che il Mastai fu mite ed onesto fra tanta gente senza onore e senza pietà. È molto; ma non è quello che amici e nemici si sono piaciuti d'immaginare!

Ed ora torniamo ai cospiratori di Bologna, che lasciammo nella primavera del 43, aspettanti per muoversi l'annunziata rivoluzione di Napoli, dove avevano spedito per informarsi il conte Livio Zambeccari.

Figlio d'un areonauta, che, dopo prove e riprove, s'era accoppato precipitando, come Icaro, dal cielo, mentre stava cercando il punto d'appoggio nell'aria e la direzione dei palloni volanti, nel conte Livio s'era travasato non poco del fantastico genio del padre. Emigrato nel 21, cavaliere errante di repubblica, prima in Ispagna, poi nell'America meridionale, appena tornato, s'era rimesso all'opera rivoluzionaria, nella Giovine Italia. Spedito ora a Napoli dal Comitato bolognese, scriveva tosto colà mirabilia, assegnando persino il giorno che la rivoluzione sarebbe scoppiata, cioè l'ultimo di luglio, festa di Sant'Ignazio. Non gli fu creduto! E poichè trovavasi in Bologna a quei giorni, sotto finto nome, il Ribotti, esule nizzardo, partecipò tanto egli stesso, uomo di grande ardire e di buon ingegno, ai dubbi che tormentavano il Comitato sulla veracità di quelle asserzioni, che si profferse d'andare in persona ad accertarla.