Intanto però il Governo Pontificio era già sull'intesa e, per cominciare, fece accerchiare da birri e soldati la villa, in cui dimoravano i fratelli Pasquale e Saverio Muratori, principalissimi fra i congiurati. Essi scamparono colle armi in mano, e messa insieme una guerriglia cui si unirono altri usciti da Bologna (non tutti purtroppo brava e onesta gente, com'erano i fratelli Muratori), presero a Savigno la via dei monti, batterono a Castel del Rio una squadra di Papalini, e quindi aiutati da Don Verità, prete di Modigliana, dal Montanelli e da altri amici di Toscana, poterono finalmente raggiungere il mare, imbarcarsi e rifugiarsi in Corsica.

Svanita ogni speranza d'un moto napoletano, benchè in realtà una preparazione vi fosse stata in Malta, iniziata da Nicola Fabrizi e mezzo secondata e mezzo avversata dal Mazzini (il che spiega le illusioni del povero Zambeccari), svanita, dico, ogni speranza d'un moto napoletano, il Ribotti, tornato a Bologna e per sfruttare il fermento, che durava ancora vivissimo dopo il tentativo dei fratelli Muratori, ne pensò un altro, più rischioso ancora, se possibile, in Settembre.

Villeggiavano tra Imola e Castelbolognese tre cardinali, l'Amat, il Falconieri e Giovanni Maria Mastai, creato già Cardinale da Gregorio XVI fino dal 1840. Parve al Ribotti da tentare un bel colpo: sorprendere i tre Eminentissimi, sostenerli in ostaggio, ribellare quindi le Romagne, le Marche e l'Umbria e marciar dritti su Roma. Detto e fatto. L'8 settembre 1843, a notte chiusa, aduna al ponte di Savena, presso Bologna, un duecento compagni, armati alla meglio, alla peggio, e s'incammina verso Imola. Dovevano per via trovare altri aiuti e nessuno comparve. A Imola silenzio sulle mura e porte sbarrate. A Castelbolognese lo stesso. Nella villa, che accoglieva i tre Cardinali, la gabbia aperta (come s'esprime in certe sue Memorie uno dei congiurati) e i tre cardellini volati via.

Non per questo il Ribotti si perse d'animo. Sbandati i suoi compagni, cercò altre trafile rivoluzionarie (ce n'erano tante!), si provò quasi da solo di sommuovere Ancona e le Marche, osò penetrare sino in Roma: figura arditissima di cospiratore, cui fa riscontro in questi moti del 43 quella di Felice Orsini, che apparisce ora per la prima volta nel dramma tenebroso delle cospirazioni politiche romagnuole, e vi dovea poi acquistare purtroppo così terribile celebrità.

Il Governo infierì con Commissioni di sanfedisti spietati, nelle quali è rimasto infame il nome d'un colonnello Freddi, che le presiedeva, e colpì di morte, di galera, di esilio un numero grandissimo di persone, mescolando ad arte nei giudizi e nelle sentenze i patriotti coi colpevoli di delitti comuni.

Nei tentativi dell'anno dopo, 1844, si compromisero il Galletti, che fu poi Ministro di Pio IX, Pompeo Mattioli ed altri, gettati tutti in Castel Sant'Angelo, mentre dall'estremo della Calabria giungeva l'eco della tragedia dei fratelli Bandiera, pietosa tanto, che il Mazzini fece di tutto per togliersene di dosso ogni responsabilità.

Contuttociò non un anno, come vedete, passava nelle Romagne senza che il fermento rivoluzionario in un modo o nell'altro si provasse a prorompere.

Il moto però, che seguì nel 1845, mentre per certi rispetti somiglia a quello del 1832, ha tuttavia un carattere tutto suo e che lo distingue così dai tentativi antecedenti, come dai posteriori di pura derivazione mazziniana.

Dissi già del Memorandum delle cinque Potenze per indurre a riforme il Governo Pontificio. Rimasto lettera morta, i cospiratori del 1845 lo ripresero a loro insegna, sperando così propiziarsi l'Europa e indurla con essi in una specie di morale complicità.

L'idea in sè non val molto, ma indica però che l'inutilità degli sforzi tentati sino allora avea generato negli animi una reazione e che anche fra gli accecamenti delle cospirazioni un'opinione moderata s'andava formando, come ho già fatto notare, la quale sentiva, se non altro, la necessità di spinger gli occhi al di là delle chiuse muraglie delle sètte.