Di qui il Manifesto di Rimini, opera di Luigi Carlo Farini (lo stile lo dice) in collaborazione col Montanelli, con le parole rimaste celebri: «Non è di guerra lo stendardo, che noi inalziamo, ma di pace, e pace gridiamo e giustizia per tutti e riforme di leggi e garanzia di bene durevole.... Preghiamo e supplichiamo i principi a non volerci trascinare alla necessità di addimostrare che quando un popolo è abbandonato da tutti e ridotto agli stremi, sa trovare salute nel disperare salute.»

Con questo programma, che parlava ai sordi, si sollevò in Rimini Pietro Renzi nel Settembre del 1845, ma alla sollevazione di Rimini, finita subito, non rispose che un ardito combattimento di Pietro Beltrami e di Raffaele Pasi alle Balze e poi tutti scamparono in Toscana, il refugium peccatorum d'allora, come lo chiamava Massimo d'Azeglio.

Fra i propositi riformisti d'una opinione politica moderata e queste audaci e frammentarie prove di sommossa a mano armata v'ha una contraddizione palese ed è quello che si studiò di persuadere a tutti Massimo d'Azeglio, viaggiando ora a piccole giornate e raccogliendo poi la sostanza delle sue osservazioni e dei suoi consigli nel celebre opuscolo, che intitolò: I casi di Romagna, ammonimento d'amico ai cospiratori, requisitoria terribile contro il Governo Pontificio, e portavoce, sto per dire, di tutta quell'aperta, libera e pubblica cospirazione letteraria, di cui l'opuscolo del D'Azeglio è l'ultimo atto e il più pratico, perchè non foggia e non architetta sistemi storici o disegni politici, bensì espone fatti e accusa e difende persone. Vi si sente però l'eco della scuola romantica e liberale lombarda, come di chi, frapponendosi fra oppressi ed oppressori, consiglia ai primi la rassegnata, ma operosa, pazienza manzoniana, ed intima ai secondi il: «Dio vi ha abbandonati e non vi temo più» del Padre Cristoforo a Don Rodrigo.

Dal 1820 al 1848 la letteratura italiana è tutta una vasta cospirazione politica, che inspira, accompagna, modera ed eccita il sotterraneo lavorìo delle sètte, prorompente di quando in quando nelle sommosse. Dopo il 1840, questa letteratura, seguendo il moto sempre crescente dell'opinione pubblica liberale europea, si scioglie come può e dove può dal sottinteso, dall'allusione, dall'anfibologia e affronta alla scoperta il problema della redenzione della patria, facendo sì che la questione italiana esca fuori dall'ombra e s'imponga da sè ai pensieri degli uomini, contrari o favorevoli, che siano. Più la crisi s'approssima e più questo carattere apertamente politico e militante della letteratura italiana si determina nella lotta ancora tutta ideale di due scuole diverse, che già si trovano a fronte: da un lato il Primato di Vincenzo Gioberti, cattolico, federale, monarchico, neoguelfo e romantico schietto, e dietro a lui le Speranze d'Italia di Cesare Balbo, la Nazionalità Italiana di Giacomo Durando, la Sovranità temporale dei Papi di Leopoldo Galeotti, i Pensieri d'un Lombardo di Luigi Torelli, i Casi di Romagna di Massimo d'Azeglio; dall'altro Giuseppe Mazzini, non cattolico, ma mistico, non federale, ma unitario, non monarchico, ma repubblicano, e a lui più aderenti, benchè con parecchie diversità, il Cattaneo e Giuseppe Ferrari.

Dalla scuola del Gioberti esce il partito riformista, il primo cioè che si esperimenterà nell'azione, quando questa, mercè dell'umile Vescovo d'Imola, uscendo dai libri e dalle sommosse, incomincierà su di un campo che può dirsi nazionale davvero, e diverrà ben presto europeo.

Tale svolgimento del pensiero politico italiano e la conseguente formazione dei partiti, che io accenno di volo, ed è assai bene esposto in un libro recente di Agostino Gori, si toccano con mano nei Ricordi di Marco Minghetti e per quel poco o molto che ne trapassa nel Vescovo d'Imola e serve a creare il Pio IX del 1846, nulla è più suggestivo e d'un realismo artistico, che meglio ricostruisca scena, ambiente, e ci faccia quasi veder l'aspetto e riudir le voci dei personaggi, del libro bellissimo, in cui il mio amico, Pier Desiderio Pasolini, ha raccolte le Memorie di suo padre.

Il Mastai, liberale di vecchia data, e di cui Gregorio XVI avrebbe detto: «in casa Mastai è Carbonaro persino il gatto,» è un'invenzione dei glorificatori ad ogni costo di Pio IX ed una calunnia dei Gregoriani, trasformazione questi ultimi dei Vecchi Sanfedisti e Centurioni Pontifici, che i primordi del pontificato di Pio IX avevano sgominati ed a lui erano fieramente nemici. A Spoleto nel 1831 il Mastai non aveva inferocito. A Imola (ed era noto) s'addolorava dei delitti orrendi e della più orrenda impunità dei Centurioni papalini, e ciò bastava, se non era di troppo, per farlo passare a Roma per settario e per liberale. Se ne ha la prova in alcune lettere di lui dirette a monsignor Polidori e pubblicate alcuni anni fa dal conte Paolo Campello. «Si è procurato, scrive il Mastai nell'agosto del 1834, di dipingermi in Roma come un vescovo poco meno che liberale.» E, alludendo a Spoleto, soggiunge con amarezza: «le impertinenze, che ho ricevuto dai cosiddetti Papalini, è certo che non le ho ricevute dai liberali nella quaresima del 1831: questo argomento, se lo esternassi a certa classe di Papalini, sarebbe bastante a farmi divenire poco meno che un M.r Grégoire.» Dal contesto della lettera si vede chiaro che le accuse muovono dai Centurioni e dai loro capi, i quali, per quanto il Mastai dissimuli, esso disprezza come meritano, concludendo: «in mezzo a queste tempeste di fanatismo mi sento tranquillo!» Notevolissimo è pure il brano seguente d'una lettera scritta al Polidori nel novembre del 1845, due mesi dopo la sommossa di Rimini, informandolo d'un conciliabolo fra i Cardinali Legati di Bologna, Ferrara e Ravenna. «La mia politica, scrive, non ha oltrepassato l'a, b, c e per conseguenza giudico con questi soli primi elementi, e dico che un tal congresso darà a chiacchierare, senza che se ne possa ottenere risultati.» E chiude con un testo latino, il quale significa: «se Dio non ci aiuta lui, non sarà sicuramente il congresso dei tre Eminentissimi, che ci salverà!»

Un certo lievito d'opposizione traspare, non v'ha dubbio, da queste parole, e pel solo fatto di non essere un malvagio, come gli altri, uno scoramento malinconico, un sentirsi solo, isolato, impotente a fare un po' di bene, come avrebbe desiderato, e circondato dal sospetto, dalla diffidenza e dallo spionaggio.

È appunto in questo momento ch'egli si lega di tanta intrinsichezza colla famiglia dei Pasolini e s'intende bene in quale precisa disposizione di spirito.

Quella vecchia villa di Montericco presso Imola, ove i Pasolini abitavano, si capisce quindi che a poco a poco dovea diventare pel cardinale Mastai un asilo, un rifugio, un riposo, in mezzo alle tante tristezze e iniquità, fra le quali gli toccava di vivere. Colà trovava un giovine signore, indipendente affatto per la sua alta condizione sociale, pei suoi principii religiosi, per le sue opinioni liberali, per le qualità del suo ingegno e del suo carattere, così da ogni timore del Governo, come da ogni vincolo settario (caso raro in Romagna a quel tempo) ed al suo fianco una gentildonna, giovanissima essa pure, colta, pia, graziosa e tutta lieta della sua domestica felicità, un vero raggio di sole in quel buio della Romagna d'allora.