Nell'interno di quella casa, quale l'ha descritto lo stesso Giuseppe Pasolini in una lettera a sua nuora, «una semplicità, che sentiva d'austero e pure non contrastava ai comodi della vita, un odore di vecchio e di rispettabile passato e presente, una solitudine senza vicini obbligati, una vita quieta, ma operosa; modesta, ma non inelegante.»
Il Cardinale, non volgare uomo e con educazione ed istinti signorili, doveva sentirsi attratto dalla genialità di quell'ambiente, che poi lo affidava d'una lealtà d'amicizia e d'una onestà d'intenzioni, non facilmente trovabili altrove da lui in quel momento. Non nudrito di forti studi, nè abituato a scrutare a fondo gli argomenti, che lo interessavano, ne discorreva volentieri con un certo dilettantismo vago, che, scontrandosi colla solida e varia coltura del Pasolini e colla fresca, spontanea e simpaticissima vivacità della sua gentile signora, se ne sentiva come rinfrancato, e gli schiudeva nuovi orizzonti, facendogli smettere quella nativa diffidenza di sè e delle proprie forze, per cui, ad esempio, nello stesso modo che al Polidori scriveva nel 45: «la mia politica non ha oltrepassato l'a, b, c,» così ripeteva ora al Pasolini: «ma già io non intendo un ette di politica, e forse sbaglio.» Ciò a proposito d'un tema, su cui era naturale che tornassero spesso, la possibilità teorica e pratica d'un accordo fra il progresso e la religione, fra la fede cattolica ed i principii liberali, ed il contrasto fra le aspirazioni del patriottismo italiano ed i metodi di governo del Papa e dell'Austria, che rendevano necessario cotesto orribile intreccio di sètte opposte le une alle altre, di violenze, di sommosse, di castighi, di repressioni, da cui non si vedeva un'uscita.
Il Mastai era ora in quella medesima condizione d'animo, in cui s'era trovato il cardinale Chiaramonti, che fu poi Pio VII, suo predecessore appunto nel Vescovato d'Imola e da lui venerato come un santo, il quale in una sua Omelia del dicembre 1797, documento singolarissimo, volle con accesa eloquenza dimostrare che i principii del Vangelo non contrastavano a quelli della vera democrazia e che si poteva benissimo essere buoni Cattolici e buoni Repubblicani.
Il Mastai non aveva forse tenuto dietro da studioso allo svolgimento di questa dottrina di conciliazione, che, ripresa dal romanticismo liberale del 1830, imprimeva ora un moto interiore d'opposizione agli oscurantisti ed ai Gesuiti in tutto il giovine clero e avea rappresentanti notevolissimi nella scienza, nelle Università d'Europa e nella Chiesa, apertamente professandola dalle cattedre e dai pulpiti di Parigi l'Ozanam, l'abate Coeur, il Lacordaire, il Ravignan, che il conte e la contessa Pasolini dovevano aver ascoltati nei loro recenti viaggi, come gli avea ascoltati il Minghetti, che viaggiava appunto in Francia nel 1844.
Il Mastai non avea forse, dico, tenuto dietro da studioso allo svolgimento di questa dottrina, ma la sentiva in fondo all'animo suo, come l'hanno sempre sentita del resto gli stessi rivoluzionari italiani, i quali dai Carbonari al Gioberti e al Mazzini non hanno mai dissociata del tutto la tendenza spiritualista e religiosa dalla loro azione politica. Si andava ora più oltre. I libri del Gioberti e del Balbo fondavano addirittura su quella dottrina i loro disegni di redenzione della patria italiana, e così d'uno in altro argomento di conversazione era facile a Giuseppe e Antonietta Pasolini condurre sul difficile terreno della politica il cardinale Mastai, il quale, colla fantasia facilmente accensibile e infervorandosi sempre più nei suoi lunghi e frequenti colloqui con essi, finiva a deplorare commosso e quasi piangente la condizione tristissima del presente e ad augurare un migliore avvenire, che solo un po' di buon senso, di mitezza e di giustizia cristiana nel governo gli pareva dovessero bastare a far conseguire.
Per confermarlo sempre più in queste idee, una volta era il conte Giuseppe, che gli dava a leggere il Primato di Vincenzo Gioberti, un'altra era la contessa Antonietta, che gli prestava le Speranze d'Italia di Cesare Balbo e gliene chiedeva un giudizio. Da un altro amico il Cardinale aveva già avuti i Casi di Romagna del D'Azeglio, e l'avea ricambiato con un libriccino di devozioni.
Per tal guisa la descrizione sincera dell'orribile realtà presente, riconfermatagli appunto in quei giorni dal fatto d'un centurione papalino, ferito a morte in una rissa notturna e che gli era venuto a cascare fra le braccia nella chiesa di San Cassiano, mentre egli stava pregando, per tal guisa, dico, la descrizione sincera dell'orribile realtà presente e le speculazioni d'una filosofia politica, che augurava una confederazione italiana, di cui fosse anima il Papa e spada Carlo Alberto, si univano a preparare, un po' affrettatamente, se si vuole, e come si vide dappoi, nell'umile e impressionabile Vescovo d'Imola il Pio IX del 1846, il quale per allora nel salotto dei Pasolini, discutendo di quei disegni d'avvenire, s'appoggiava impaziente ora su l'uno, ora sull'altro dei bracciuoli d'un antico seggiolone, incerto se le idee del Gioberti e del Balbo fossero sogni o vaticinii, e talvolta fissava meditabondo e lungamente un quadro, che appeso alla parete gli stava dinanzi, un vecchio quadro, che rappresentava Vittorio Amedeo III, re di Sardegna.
Il 1º giugno 1846 Gregorio XVI morì. Nel primo momento il governo temette al solito un casaldiavolo, ma non fu nulla. L'opinione moderata ormai avea fatto strada, ed i popoli si contentarono d'inviar memoriali al Conclave chiedendo riforme. Parevano necessarie ed urgenti, come abbiamo visto, anche al cardinale Mastai, che tutto caldo delle sue letture e dei suoi dialoghi coi Pasolini s'avviò al conclave, riponendo nel baule i libri del Gioberti, del Balbo e del D'Azeglio per offrirli al nuovo Papa, circostanza che è narrata dal Balbo e che i ricordi personali di Pier Desiderio Pasolini mi confermano ora pienamente con altre particolarità, taciute nel suo libro.
Quanto a Giuseppe Pasolini, esso s'accomiatò dal Vescovo d'Imola con queste solenni parole: «Io non posso tacerle che in fondo al mio cuore sta l'ardente speranza che dalla cattedra di San Pietro ella possa promulgare e benedire quei principii che tante volte abbiamo insieme discussi, e soddisfare quei voti che sì spesso abbiamo concordemente innalzati al cielo pel bene di tutta la Chiesa e per quello di questa povera Italia.»
A cui il Mastai rispose: «Caro Conte, il Papa non sarò io; ma state tranquillo, e ditelo, ditelo bene a vostra moglie; i libri, che mi avete dati a Montericco gli ho messi nel baule, perchè voglio darli al nuovo Papa.»