E allora il Mazzini mandò i suoi articoli all'Antologia di Firenze. Gli uomini che si accoglievano attorno a Gino Capponi e al Vieusseux parevano timidi a lui, giovane pieno d'impeti: ma li amava perchè d'animo italiano. E con loro si unì.
Nelle pagine di quel glorioso giornale, soppresso nel 1833 per ordine dell'Austria e della Russia, scrisse animosamente parlando del dramma: «Siamo diseredati di dramma per le stesse ragioni per le quali siamo diseredati di storia: e, finchè quelle ragioni non cessino, dovremo star paghi a lavori più o meno fecondi di critica.»
Le ragioni si comprendevano. Gl'Italiani non avevano patria. Avere una patria! Questa l'idea del Mazzini: la Grecia aveva fatto la sua rivoluzione: perchè non l'avrebbe fatta l'Italia? La Grecia aveva avuto la sua Etaria: perchè non l'avrebbe avuta l'Italia? E il Mazzini aveva steso un piano particolareggiato d'un'Etaria Italiana, approvato dai suoi compagni. Ma l'aver potuto, dopo lungo tempo e molte difficoltà, essere iniziato all'ordine de' Carbonari insieme a Iacopo Ruffini, lo distolse da questa idea.
Il Carbonarismo, sperava, sarebbe divenuto la Etaria Italiana.
Non ammirava il simbolismo complesso, i gradi gerarchici; anzi, tutto quell'apparato lo faceva sorridere di compassione, specie le tremende prove dell'iniziamento che, in sostanza, eran grottesche. Vedeva nella Carboneria un corpo invecchiato, ma ancora potente per le sue filiazioni numerose in ogni classe di cittadini.
Venne in Toscana a conoscere i suoi collaboratori letterarî: Carlo Bini, F. D. Guerrazzi, Enrico Mayer, Pietro Bastogi; le amicizie letterarie eran divenuti legami politici; il Mazzini, elevato a' gradi superiori dell'Ordine, aveva accumulato gli affiliati fra i giovani; ma, poco dopo le giornate di luglio a Parigi, i governi, insospettiti, scopersero l'associazione: non mancarono le spie, i delatori. Giuseppe Mazzini fu arrestato e chiuso in una cella della fortezza di Savona!
Là, fra cielo e mare, due simboli dell'infinito e la vista delle Alpi, le più sublimi cose che la natura ci mostri, confortato da' canti del pescatore che arrivavano fino alla sua cella, egli meditò il disegno della Giovine Italia. Al prigioniero fu lasciata la Bibbia, un Tacito, un Byron. Forse perchè la Bibbia era un libro religioso; Tacito perchè latino e il latino non aveva fatto mai paura; Byron perchè inglese e la polizia non sospettava di libri inglesi, tanto meno de' poeti!
Que' tre libri lesse, rilesse, meditò nella solitudine del carcere: un po' di tutt'e tre ritroviamo ne' suoi scritti, specie nello stile.
Un'immensa speranza balenava nell'anima del prigioniero. Roma, pensava, ha avuto due grandi civiltà. La Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari aveva solcato dietro al volo dell'Aquila il mondo noto coll'idea del Diritto, sorgente della Libertà. Poi era risorta più grande di prima co' Papi, centro accettato d'una nuova unità, che levando la legge dalla terra al cielo sovrapponeva all'idea del diritto l'idea del dovere comune a tutti, e sorgente quindi dell'eguaglianza. La terza Roma, la Roma del popolo Italiano, doveva dare una terza, e più vasta unità che, armonizzando terra e cielo, diritto e dovere, avrebbe parlato non agl'individui, ma ai popoli una parola di associazione insegnatrice, ai liberi ed uguali una parola della loro missione quaggiù.
Il nuovo lavoro doveva essere morale, non solo politico, religioso non negativo; basato sui principî non sull'interesse; sul dovere, non sul benessere. Egli aveva sempre dinanzi la figura di Faust; bisognava annientare l'egoismo, infondere questa nuova vita a Faust; poichè, anche in alcuni suoi amici, specie nel Guerrazzi, vedeva lo scetticismo che uccide!