Allora, si sentì solo nel mondo, solo fuorchè colla sua povera madre lontana e infelice per lui.... Allora in quel deserto s'affacciò il dubbio. Forse egli errava e il mondo aveva ragione: forse l'idea che egli seguiva era sogno.... Si vedeva come un condannato conscio di colpa e incapace di espiazione. Rivedeva in fantasma i fucilati di Alessandria, di Genova, di Chambéry; aveva egli diritto di decidere sull'avvenire e trascinare centinaia, migliaia di uomini, al sacrifizio di sè e d'ogni cosa più cara?
Dal dubbio tornò repentinamente alla fede.
Noi siamo, riflettè, un pensiero religioso incarnato: abbiamo una missione: che importa se riesca o no? La vita umana non è felicità, è dovere. Dovere di avvicinarsi a Dio coll'opera, incarnare la sua parola, tradurne in atti il pensiero. L'anima è immortale: la morte è trasformazione. Una cagione esterna materiale non può cancellare la vita, scintilla escita dal seno dell'Eterno.
Lo strumento dell'opera s'infrange, ma l'operaio è altrove chiamato ad altra missione!
E, solo, calca per profondo convincimento una via sparsa di triboli, di disinganni, di defezioni, coll'anima aperta all'amore e sempre solo. Non Titano nè Amleto, ma credente!
A Rosales scriveva: «Io non fo riflessioni; a che servirebbero? A mutarmi, a convertire in ira l'amore e sviarmi? Posso disprezzare gl'Italiani ad uno ad uno senza che ciò scemi di un grado ciò che ho nell'anima per l'Italia!»
Tommaso Carlyle lo chiamò utopista; Carlyle derideva le rivoluzioni all'acqua di rose, le pazzie della gioventù che sognava vincere l'Austria coi pugni e le torture di Mazzini nel non poterle infondere la sua fede nel resultato finale.
Mazzini stimava ed amava Carlyle per la sua sincerità, per la sua tendenza verso l'ideale, pel concetto della vita derivato non dalla felicità, ma dal dovere, per l'adorazione del dolore e del sacrificio, per le sue tendenze umanitarie, per l'arte grande con cui rivestiva il suo pensiero; ma da lui dissentiva, perchè l'autore degli Eroi non riconosceva la vita collettiva dell'umanità nel mondo, non vedeva se non Dio e l'individuo, e Dio era per lui rifugio a' dolori senza speranza, piuttostochè sorgente di diritti e di forza.
Se Mazzini, triumviro della Repubblica Romana, avesse vinto, Carlyle lo avrebbe posto tra i suoi Eroi: non lo pose, ma nel 1844 levò la sua autorevole voce in suo favore per protestare contro il turpe fatto commesso dal governo Inglese di dissuggellare le lettere.
«Ho avuto l'onore (disse) di conoscere il signor Mazzini per più anni, e checchè io possa pensare del suo senso pratico e dell'abilità sua negli affari del mondo, posso testimoniare in coscienza a tutti gli uomini che è uomo di senno e di virtù, di veracità genuina, di umanità, di nobiltà di mente, di quegli uomini rari, anzi, unici, in terra, che siano degni di essere chiamati anime martiri, uno di quegli uomini che in silenzio e nella vita d'ogni giorno sanno e praticano quello che s'intende per martirio.» Pochi uomini hanno avuto da Carlyle tale testimonianza.