Tale il canto allora subito levatosi ad esaltare l'eroica prova fatta dalla virtù italiana che in «tanto piccol bastione» aveva «spinta e esclusa la gente cruda e atroce fuori d'Italia.» Par di sentire il ritornello dell'inno garibaldino. Ed io, qualche anno fa, lette alcune strofe, dicevo: «Un popolo che opera così e canta le sue glorie così, meritava lirici d'arte migliori di quelli del secolo XVI: e perchè li meritava, mutati i criterii dell'arte, li ebbe.»

E proprio a me tocca l'onore di parlarvi oggi di lirici ben più degni che non furono, in genere, que' petrarchisti, que' classicheggianti, e poi que' francesizzanti, più o meno eleganti e ingegnosi, ma senza anima. Subito che il popolo d'Italia fu scosso e sussultò là dentro il secolare sepolcro, e ne risorse con la spada in pugno, se non ancora con l'alloro alle chiome, altri canti ascoltò di speranza e d'incitamento; e li imparò e fe' suoi per le congiure, pe' martirii, per le battaglie. Certo, anche innanzi, dal Cinquecento in giù, si era molto parlato in rima dell'Italia: basti rammentare il Filicaia: «Italia, Italia, o tu cui feo la sorte — Dono infelice di bellezza,» «Dov'è, Italia, il tuo braccio?»; e così via via. Ma che avrebbero mai che fare que' sospiri, anche se fossero tutti sinceri, que' sospiri di cortigiani o di buoni eruditi, con l'enorme voce e co' lapilli ardenti che eruppero dall'Italia, fatta tutta un vulcano? Morivano innocui i sospiri entro una tazza di cioccolata o sulla polvere d'un in-folio; i boati e la lava cacciaron via dalla terra, che gli ondeggiava sotto i piè, lo straniero. Sonetti e canzoni dilettavano, è vero, gli orecchi colti e le fantasie addottrinate co' suoni e con le immagini d'una romanità accademica: ma i canti nuovi confortarono l'esule e il prigioniero, suscitarono nel giovane la bramosia delle congiure o della guerra, mossero e ringagliardirono i muscoli nelle marce, si levarono di tra il fumo delle mischie quasi a guidare «Arcangeli della nuova età» (come il Carducci disse della Marsigliese) le baionette italiane contro gli oppressori.

Non tutti codesti effetti dovremo vedere oggi, perchè il giro prefisso quest'anno alle letture ci rattiene di qua dalle battaglie per l'indipendenza, di qua dal Poerio, dal Mameli, dal Prati, dal Mercantini; ma di tutti sarà facile vedere almeno il germe, nell'esame, sia pur necessariamente rapido, della nostra poesia patriottica nel risorgimento fino al 1846.

I.

La poesia del risorgimento italiano nacque indubbiamente con l'Alfieri; il quale, dopo aver convertito in politico il sentimento civile del Parini, dopo aver mosso su le scene guerra a' tiranni, e aver cantato l'abbattimento della Bastiglia, e averne baciate le rovine con labbro di fervido ammiratore della Rivoluzione, sbigottì degli eccessi, e odiò i Francesi calati e rimasti in Italia non tanto da redentori quanto da spadroneggiatori. Pare che su gli estremi della vita si pentisse, almeno un po', di aver confuso i rancori suoi privati e il disdegno de' fatti brutali con la grande idealità, la grande opera, la grande efficacia, che erano state ad ogni modo e duravano ne' rivolgimenti dal 1789 in poi: ma se quel sentimento lo fe' dubitare, forse, di essere riuscito, nel Misogallo, ostile a torto o troppo; perchè mai avrebbe dovuto rinnegare la dedica del Bruto II al futuro popolo italiano, e il sonetto in cui aveva vaticinato che quel popolo, educato anche da lui medesimo nella coscienza nazionale, sarebbe poi sceso in campo contro i Francesi? Potè rimpiangere di avere scagliato qualche freccia avvelenata, non già di avere ridesti gli animi e poste egli in mano le armi ai soldati dell'Italia sua.

Se non che, mentre l'Alfieri da quella solitudine sdegnosa, e direi misantropica per amor di patria, guardava bieco gli eventi, questi suscitavano intanto per ogni parte della penisola, e più specialmente a Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna, le voci de' verseggiatori in due cori discordi, d'ammirazione e amore, di scherno e abominazione. Non mette il conto d'aggiungere che le vittorie del Bonaparte fecero presto tacere quest'ultimo coro, nè, finchè il primo console e l'imperatore durò, più che qualche sommesso borbottìo o qualche maliziosa risata fecero agli orecchi bene attenti la parte commessa un tempo da' Romani agli schiavi ne' trionfi. Fatto sta che avemmo subito, nel 1796, la Marsigliese:

Cittadini, a noi tornati

Son di gloria i fausti giorni;

De' Tiranni insanguinati

La memoria già perì;