Poi un altro canto, del pari improvvisato, per l'alba del 9 luglio 1820, quando il re giurò la costituzione per farsi, come poi si vide, spergiuro:

Sei pur bella cogli astri sul crine!

Ma di lì a pochi mesi, minacciato di morte come carbonaro, si salvò travestito da officiale inglese e andò a Malta. Dal vascello inglese che lo recava nell'esilio malediva «il re fellone». Poi, a Londra, rabbrividendo sotto la nebbia eterna, rimpiangeva il sole del suo Mezzogiorno; ma quando gli veniva in mente a qual caro prezzo di libertà e umana dignità i suoi concittadini se ne godessero i raggi, preferiva durare a soffrire:

O Britannia venturosa,

Trista nebbia, è ver, t'ingombra,

Ma quest'ombra orror non ha.

Sii di luce ancor più priva

Pur ch'io viva in libertà!

Là a Londra andava, dopo la carcere austriaca, Giovita Scalvini bresciano, che a quel clima non resse, e ne riparò in Francia. Meditava sull'amara lezione, si accorgeva che le congiure non basterebbero a suscitare la nazione tutta, e al poemetto L'Esule affidava così i suoi dolori come gli ammonimenti: — No, l'Italia non leverà l'infermo fianco da terra senza il poderoso braccio della sua plebe. —

E là a Londra, del pari, il modenese Pietro Giannone, che carcerato due volte non aspettò la terza; improvvisatore come il Rossetti, esule come lui. Da Londra, nel '27, è datato il suo Esule, romanzo storico in versi, sui carbonari emiliani, in cui confessava d'aver troppo sovente sacrificato al cittadino il poeta; santo sacrificio, quando l'arte voleva e doveva riuscire arma di guerra. Dopo aver tanti anni tribolato senza casa e senza tetto, senza refrigerio, ostinato nel peccato dell'amore di patria, come bene cantò di lui il Giusti, morì, voi lo sapete (e forse tra voi mi ascolta chi gli fu gentile consolatrice) qui a Firenze, tra noi, nel '72.