Pochi soldati d'ogni parte d'Italia, forti di una costanza che avrebbe stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche militari, comandati da prodi ufficiali, quali Ulloa, Cosenz, Mezzacapo, Sirtori, Rossaroll, Galateo, difesero Marghera per ventinove giorni continui di trincea aperta, fino a che il più valido propugnacolo di Venezia, ridotto ad un mucchio di rovine, grondanti sangue, fu dovuto sgombrare. La difesa feroce si ritirò sul ponte della strada ferrata, che unisce la città alla terraferma. Qui l'artiglieria continuò a fulminare di fronte con incredibile celerità il nemico.

Mentre lo strenuissimo Cesare Rossaroll, l'Argante della laguna, puntava i suoi cannoni, fu colpito da una granata. Sorretto fra le braccia del generale Pepe, nella convulsione dell'agonia, con la voce semispenta incitava i suoi a combattere senza posa per l'onore d'Italia.

Ma ogni dì più non l'anima, la speranza scemava.

Dopo la defezione scellerata del re di Napoli, dopo gl'irresoluti consigli del Granduca e le riluttanze del Papa, dopo Novara, dopo il riacquisto di Milano e la mostruosa repressione, di Brescia, anche Roma cadeva, e sulla misera Italia si stendeano nuovamente le ombre del servaggio.

Separata dal mondo, ultima e sacra cittadella della indipendenza italiana, resisteva ancora la città creduta la più mite, la più tranquilla, la più molle di tutta la penisola, la città degli amori e dei diletti.

L'amor della patria compie di siffatti prodigi!

Ma già a Venezia si faceva sentire acerba la penuria dei viveri, quando, il 29 luglio, cominciava furiosissimo il fuoco contro la città.

Strisce di fuoco solcavano la notte serena: le palle fioccavano.

Il bombardamento continuò senza tregua.

Si dovettero estinguere quaranta incendi: luoghi sacri per religione di memorie e per miracoli d'arte furono offesi. Gli abitanti di alcuni quartieri dovettero cercar rifugio nelle contrade più lontane, verso San Marco. Fra tanto scompiglio non un mormorio d'impazienza, non un lamento, non una protesta iraconda, non una rissa, non un furto, non un delitto. Ma in tutti una temperanza, una bontà, una nobiltà di pensieri e di forme. Anzi, tra gli orrori della tragedia, scintillava alle volte l'arguto sorriso della commedia goldoniana. Fra cento scelgo un aneddoto.