Una notte le bombe cadevano frequenti nella contrada di San Felice. Giovani vigorosi, vecchi infermi, donne semivestite, con bambini per la mano ed in collo, fuggivano senza litigare, senza piangere, senza darsi arie eroiche.

Una donna attempata correva trafelante sotto un enorme carico di fagotti e di arredi. Una delle fuggiasche la apostrofò:

Ohe! comare, saveu che sè un bel tomo a cambiar de casa a sta ora!

Per donne e sotto un pieno bombardamento (osservava uno dei gagliardi difensori di Venezia, il povero Fambri, che mi raccontò l'aneddoto) non c'è male davvero; però che fra tutte le specie di valore il coraggio allegro sia senza dubbio il più bello e il più utile.

Il calore della stagione s'era fatto intensissimo e un terribile morbo, il cholèra, era penetrato a Venezia.

Ma nessuno parlava di resa, in nessuno scemava il coraggio.

E non era il coraggio del soldato, che muore tra le grida e l'esaltazione delle battaglie, tra l'ebbrezza della polvere e il fulgore degli acciari; ma il coraggio tranquillo, perseverante, paziente, di lunghi giorni, di lunghi mesi, il coraggio di un popolo che passava a traverso gli scoramenti silenziosi, le delusioni profonde, la fame, la pestilenza, senza ormai la più lontana speranza di aiuti, con la sicurezza di veder morire la patria e la libertà, con la certezza che la fiera perduranza renderebbe più crudele il nemico, più inumani i patti della resa, ma sorretto da un'idea alta, radiosa, divina, la salvezza dell'onore italiano.

Quando la pietà comandava di por fine al sacrifizio del popolo, quando la resistenza più oltre protratta non avrebbe messo capo che a sperpero lacrimabile di sangue, Manin, convocata in piazza la guardia civica, con parole piene di pianto chiese se tutti avevano ancora fiducia in lui.

Tutti risposero — Sì, sì. — Tutti piangevano. La esistenza di Venezia s'immedesimava ancora al palpito del cuore di Manin.

Poi, con voce fioca, il Dittatore soggiunse: