In Piemonte si completa l'esercito di prima linea, i quarti ed i quinti battaglioni: verso Ancona 15,000 napoletani sono in marcia, ma su di loro si può fare assegnamento soltanto dopo il 20 maggio. Tutte le città del Veneto, dal bacino del Brenta a quello del Tagliamento, sono ingombre di crociati, di bande armate, di comitati di difesa, non aventi fra loro nesso veruno, ma che nel loro complesso non possono non preoccupare il Nugent, generale austriaco, che dall'Isonzo mira a congiungersi col Radetzky. Se quindi fosse bastata la forza del numero, la sorte doveva sorridere all'Italia; sventuratamente mancavano ai nostri ben altri fattori di vittoria.
Da ogni parte sorgeva chi voleva comandare: dai vecchi avanzi napoleonici agli imberbi universitari tutti avevano il recipe per vincere.
I primi successi, aventi del miracoloso, esaltavano le menti, nessuno credeva possibile una riscossa del nemico, ferito nei suoi stessi domini dalla rivoluzione, e quindi provvedevasi alla guerra, scontando tra feste patriottiche le future vittorie.
I servizi amministrativi erano manchevoli e difettosi, le armi scarse e di vario modello, pessima la impresa dei viveri, nulle le previdenze in fatto d'ospedali, di rifornimenti ecc., ecc.
Bisognava scegliere fra battere il Radetzky nel quadrilatero ed il Nugent, che dall'Isonzo muoveva verso l'Adige. Nel primo caso tutti gli eserciti confederati nostri dovevano concentrarsi fra Goito e Peschiera e poi puntare sopra Verona; nel secondo tutte le forze italiane radunate fra Governolo e Ferrara avrebbero «girato il quadrilatero» e fatto massa verso il Brenta.
In quest'ultima ipotesi Venezia e le marine confederate del Piemonte e di Napoli avrebbero rifornito l'esercito nazionale, le fortezze venivan così prese di rovescio, e Radetzky disgiunto dall'esercito di soccorso.
Come spiegare l'essere le forze italiane disseminate su tanta vastità di territorio e la loro azione slegata, se non collo spettro d'una politica obliqua che inquinava le operazioni militari? Re Carlo Alberto era duce di nome e non di fatto, a Milano ed a Venezia si temeva l'annessione al Piemonte e volevasi la Repubblica; ogni staterello comprendeva la cacciata dell'Austria, come ora si comprende la cacciata del Turco, e cioè all'intento di arrotondare i propri domini: ogni esercito faceva quindi casa a se, non voleva abbandonare il legame politico ed amministrativo colla propria regione, dalla quale riceveva ordini diretti. Per far massa bisognava amalgamare i volontari coi soldati di ferma, i capi rivoluzionari coi generali e questo assolutamente non volevasi da nessuna parte.
Sono, come vedete, sempre le stesse cause, sempre le stesse ragioni, che producono le stesse conseguenze che permettono a Radetzky di raggiungere il quadrilatero, di soggiornarvi, e di risortirne poi terribile castigatore delle colpe nostre.
XIII. AZIONE OFFENSIVA DEL PIEMONTE.
Il Piemonte comprese ben presto che per attrarre a se le forze degli alleati gli occorreva il prestigio di rapide vittorie, ma tutta la sua azione militare, splendida nella parte esecutiva, è manchevole nel concetto. L'avanguardia composta della brigata Bes doveva avere una sola missione: riunire le forze sparse della Lombardia, raggiungere il nemico in rotta, completarne la disfatta, ed in ogni evento informare il grosso dell'esercito sulla situazione del nemico. Non si trattava che di «volare.» secondo il felice intuito del magnanimo Carlo Alberto, attraverso un paese amico: eppure al 1º aprile il Bes è ancora a Brescia!