Con garbo non eccessivo, al Re, che gli mostrava la difficoltà di tutte queste cose assieme rispose: — V. M. si ricordi di Luigi XVI e dei re che non concedettero le riforme in tempo. —

Non era un modo molto gentile per ricordare a un re la storia; il richiamo era anche meno rassicurante quando si pensi che l'avola del Re, Maria Carolina, era sorella di Maria Antonietta.

Ferdinando sentiva il bisogno — e si potea dargli torto? — di risolvere prima di tutto la questione siciliana. Si diceva invece dai ministri: — Lasciate in pace i siciliani. Andate in Lombardia e vi troverete la corona di Sicilia. —

Si pretendeva risolvere nello stesso tempo il problema dell'unità e quello della libertà.

Non persuaso, Ferdinando voleva almeno che fosse prima stabilito, in caso di vittoria, quali vantaggi avrebbe avuto il Regno del Piemonte, quali quello di Napoli. I liberali dicevano: — Si vedrà dopo. Bisogna andare senza discutere. —

E il Re a malincuore mandò un suo delegato a Carlo Alberto e truppe in Lombardia sotto il comando di Guglielmo Pepe, che scontò poi nobilmente a Venezia tutti gli errori del '20.

I giornali a Napoli pullulavano: se ne pubblicavano di ogni colore, di ogni gradazione, di ogni tendenza.

Erano di una violenza di linguaggio appena credibile. Insultavano i ministri, non risparmiavano lo stesso Re.

Gl'insulti più grandi erano per l'esercito; si diceva che la guardia nazionale, espressione del popolo, dovesse stare a difesa della libertà; l'esercito stanziale essere per sua natura artefice del dispotismo. I generali si erano opposti alla spedizione di Lombardia: era stata nuova cagione di insulti. Anche i migliori ufficiali rodevano il freno e si sentivano trascinati contro il nuovo ordine di cose.