Mentre il 25 marzo si riuniva il Parlamento siciliano, e il Re, non potendo far altro, si contentava di fare una protesta, due mesi di libertà aveano trasformata Napoli in un alveare in rivoluzione. Si credeva che le istituzioni liberali fossero un banchetto a cui tutti dovessero partecipare. Cresceva il numero di coloro che voleva impieghi a ogni costo e non umili impieghi, ma funzioni elevate e ben retribuite. Si gridava contro i ministri. Il Bozzelli, esaltato fino al giorno prima, veniva insultato come un traditore e un retrogrado.

A una prima crise ministeriale ne successe una seconda, a una seconda una terza. Si disse che i ministri eran troppi pochi, che bisognava accrescere il numero dei liberali nel Ministero.

Da sette i ministri diventarono dieci. Ma non era possibile contentar tutti, e bisognava intanto quietare i più rumorosi. Qualche ministro fece nominare un sottosegretario di Stato, istituzione inutile, visto che v'erano dieci ministri e il reame non presentava un così grande numero di affari amministrativi, sopra tutto dopo la separazione della Sicilia. I sottosegretari ebbero 150 ducati al mese, e furon detti i centocinquanta. Nessun ministro volle fare a meno del suo centocinquanta, e peggio ancora si trovavano centinaia di persone che volevano essere centocinquanta a ogni costo.

Bodley dice che se si chiede a cento inglesi se si sentono capaci di governare il loro paese e di far meglio dei governanti, novantanove rispondono no; e laddove si domanda a cento francesi novantanove almeno rispondono di sì e hanno già una soluzione pronta pei mali del loro paese. Si può soggiungere che cento italiani sono concordi nel rispondere sì. Fra gli italiani lo spirito di anarchia e di indisciplina, che è in basso e in alto, dipende dalla troppa importanza che si attribuisce a sè stessi e dalla poca che si attribuisce agli altri. Nessuno crede da noi che il suo stato sia quello che le proprie attitudini hanno determinato; tutti sono convinti che solo l'ingiustizia della società condanni a una situazione modesta.

Quante volte avete sentito dire da un piccolo avvocato, da un modesto mercante, o addirittura da un cocchiere: — Se io fossi Rudinì! se io fossi Giolitti! se io fossi Pelloux! — E qui una serie di soluzioni.

Nel '48 a Napoli ragionavano tutti allo stesso modo.

Al Settembrini si presentò don Carlo Basile, bidello dell'Università e autore di alcune insulsaggini a stampa. Voleva.... voi penserete che volesse un avanzamento; voleva invece, avendo un programma di riforme scolaresche, essere ministro della istruzione.

Si credeva che la democrazia autorizzasse a tutto. I posti nelle amministrazioni furono moltiplicati; ma nessuna moltiplicazione era sufficiente al numero degli aspiranti. Si era ottenuta la libertà con dimostrazioni e con grida, perchè non si poteva ottenere un impiego?

Le anticamere dei ministri rigurgitavano, e chi non era contentato diventava un denigratore e andava nei caffè e nei ritrovi pubblici, a gridare, a vociare, a minacciare. Parea di essere tra energumeni.

Un'interpetrazione falsa della democrazia aveva rilassata ogni disciplina.