Nessuno veniva risparmiato. Carlo Poerio, che era quasi passato dalla prigione al ministero, e che, ahimè! dovea tornare alla prigione, non potendo accontentare i postulanti veniva insultato. Si spargeva la voce che egli fosse spia del Re, anzi traditore. Il Bozzelli non era che un vanitoso; un avvocato facile più alla parola che pronto all'azione. Si diceva invece che ricevesse danaro dal Re.
Una massa di gente chiedeva di essere restaurata dei danni patiti. «Tutti i ministri, dice il Settembrini, erano oppressi dalle petulanti e superbe dimande di uomini che parevano ubriachi e volevano essere uditi per forza, pretendevano tutto per forza e credevano la libertà un banchetto a cui ciascuno dovesse sedere e farvi una scorpacciata. Salivano tutte le scale, strepitavano in tutte le case; era un'anarchia brutta: e non v'era uomo sennato di qualsivoglia opinione, che non desiderasse di vedere un governo forte e non dei ministri avvocati, che chiacchierando sempre di legalità e di libertà, e avendo fede solo nelle chiacchiere, facevano andare ogni cosa a rotoli, e poi se ne spaventavano e davano le loro dimissioni, come fece il Ferretti, a cui fu sostituito il Manna, e come fecero poi l'Imbriani per onorate cagioni, il Ruggiero che si serbò a tempi migliori.»
Il Ministro degli affari esteri andò ad abitare fuori di Napoli, sperando di mettersi in salvo: la sua casa continuò a essere invasa, come prima, da postulanti.
Il ministro Vignali fu schiaffeggiato da una donna, che chiedeva con arroganza cosa ch'egli non potea concedere.
Il conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, dovendo un giorno recarsi a palazzo reale urgentemente per un consiglio di ministri, fece dire alla folla d'importuni in cerca d'impieghi, che lo attendeva nell'anticamera, che non potea quel giorno, chiamato altrove da urgenti ragioni di Stato, ricevere alcuno: aggiunse anzi che dovea recarsi dal Re, per consiglio dei ministri di grave momento. La guardia nazionale che faceva da sentinella al Ministero delle finanze, invece di far eseguire il comando, si rivolse al Ministro e gli disse in tono epico: — Prima di essere ministro del Re, voi siete ministro del popolo. Perciò non dovete andare a palazzo reale e dovete star qui ad ascoltare il popolo. —
Il Ferretti cercò invano di reagire: dovè cedere alla singolare apostrofe, e quel giorno non andò in consiglio dei ministri.
L'anarchia delle strade cresceva con l'anarchia del Governo. Il partito assolutista, che aveva visto a malincuore le riforme costituzionali e che ora assisteva allo sfacelo degli ordinamenti liberali, intrigava per accrescere i disordini. Le vecchie spie licenziate, i Merenda, i Barone e altra turba numerosa e spregevole soffiavano ne' disordini, sperando che gli abusi stessi costringessero a tornare all'antico.
Nei ministeri era impossibile il lavoro. La stampa pubblicava nefandezze di ogni genere. I timidi, gli incerti, molti fra i più onesti, quasi cominciavano a desiderare la fine delle forme costituzionali.
Nei circoli chi più gridava e più insultava era il più applaudito. Si distinguevano i calabresi per violenza di linguaggio e per smodate aspirazioni.
Il popolo che nulla intendeva di costituzione e che avea più fede nel re che nei liberali, si mostrava avverso al nuovo regime. Si diceva: — E se non si lavora e noi stiamo digiuni, che libertà è questa? Prima il re era uno e mangiava per uno; ora sono mille e mangiano per mille. — Alcuni sobillatori troppo esaltati o troppo perversi accendevano le menti popolari. Bisognava che la libertà assicurasse qualcosa. In un paese in cui non v'era nemmeno una classe operaia organizzata, ma un artigianato quasi medievale, si reclamò il diritto al lavoro. Gli operai torcolieri e i sarti fecero dimostrazioni clamorose, proclamando i diritti più strani. Altre dimostrazioni dello stesso genere vi furono nei paesi del territorio, dovunque fossero fabbriche.