A Napoli la naturale mitezza del clima, la facilità della vita, la costituzione economica della città e della regione facevano esistere, fanno esistere tuttavia una gran massa di popolazione che vive quasi alla giornata. Turbe non educate le quali formano la base di ogni rivolgimento. Sono state le bande sanfediste del '99 e prima e dopo la causa più grande di agitazione e di pericoli in tutti i rivolgimenti napoletani: sono anche ora un permanente pericolo. Su queste turbe nessun altro potere esiste tranne quello dei preti.
Ora nel '48 il clero fu trattato con assai poco riguardo, anzi fu messo da parte da prima, offeso di poi ripetutamente. Non potea ispirare e non ispirò che sentimenti ostili alla costituzione.
Il ministro Saliceti volle l'espulsione dei gesuiti. Era una misura per lo meno intempestiva, quando già vi erano tante questioni ardenti.
Fu deciso, invece, che da un giorno all'altro, entro ventiquattro ore, i gesuiti sarebbero usciti dalla città e dal Regno. Era una misura enorme, un inutile atto di prepotenza. I gesuiti, sempre abili, ne profittarono e si vendicarono. Andarono via teatralmente, in aria tristissima, trasportando il più vecchio in una carrozza scoperta, tra i guanciali. Il vecchissimo era agonizzante e dava spettacolo miserando a una turba infinita di popolo, che seguiva commossa e minacciosa.
Non si aveva nè dai ministri nè dalle classi dirigenti alcuna idea precisa dei diritti e dei doveri. Il Ministro dell'interno, in una circolare famosa, mentre prometteva la divisione dei beni comunali ai cittadini, affermava che tutti aveano diritto di partecipare ai benefizi della proprietà.
Libertà politica, diritto al lavoro, diritto alla proprietà: erano proclamazioni enfatiche e avvocatesche, di cui non si misuravano le conseguenze.
Non si sapeva dove si andasse: lo Stato era una nave senza nocchiero: e se male le cose procedevano nella capitale, peggio procedevano nelle provincie. Gli antichi odii determinati da prepotenze di signori e di ricchi e dall'appropriazione abusiva da parte di costoro delle terre pubbliche, diventavano più terribili. In alcuni paesi i contadini invadevano le terre demaniali e feudali e se le dividevano sommariamente. In provincia di Avellino, in Basilicata, in Calabria, nel Cilento, dovunque erano scene selvagge di violenza. Si formavano bande armate di contadini per rubare e dividersi i beni dei ricchi.
Coloro che il nuovo ordine di cose aveva offesi soffiavano dentro alle rivolte ed eccitavano i contadini ad atti di spoliazione. I coloni si rifiutavano di pagare gli affitti, e non vi era modo di astringerli al dovere. La rapina e i ricatti delle bande armate, scriveva Carlo Poerio, avevano finito con disgustare le masse degli onesti cittadini.
Nella capitale, come nelle campagne il popolo che nulla comprendeva di costituzione, che per istinto e per tradizione odiava la classe media, rimaneva avverso al nuovo regime. La libertà: che cosa dava ad esso la libertà?
I ricordi delle orde sanfediste, la tradizione dell'anno 1799 e della restaurazione borbonica, erano ancor vivi, e le masse, sobillate dai preti, non vedendo nessun beneficio dal nuovo ordine di cose, credevano che un ritorno al re assoluto avrebbe dato, sia pure per nuovi rivolgimenti, la possibilità di ricavarne qualche benefizio.