La storia dell'eccidio del 15 maggio è nota. Nel combattimento per le strade parecchi furono uccisi; molti morirono che non avevano colpa alcuna. Gli svizzeri commisero alcuni atti di crudeltà: furono trucidati dei giovani di molto valore e che grandi speranze avean fatto concepire. Il popolo sopra tutto fece peggio dell'esercito, peggio degli svizzeri. Rubò, saccheggiò, incendiò come in tutte le sommosse e in tutte le rivoluzioni di Napoli.

I morti furono molti, qualche centinaio forse: alcuni palazzi furono incendiati.

La sera Napoli era in un silenzio di morte, in quel silenzio che segue le grandi tragedie di un paese.

Chi potè fuggi la città: alcuni, prevedendo repressioni, si misero in salvo immediatamente.

I deputati che avevano mostrato così poche attitudini nelle dubbiezze, o che almeno erano stati soverchiati dalla immonda marea che veniva dal basso, prima di separarsi scrissero gagliarda protesta e la consegnarono al più giovane, a Stefano Romeo, affinchè, rifugiandosi all'estero, la divulgasse in tutta Europa.

La protesta, redatta da Mancini, fu sottoscritta da 66 deputati.

Napoli fu prima a insorgere per la costituzione; fu anche la prima a cadere nella reazione.

Dopo il 15 maggio il re non abolì la costituzione; tenne anzi fra i suoi ministri parecchi degli antichi liberali. Fu sciolta la guardia nazionale e il Re, proclamandosi ancora una volta difensore della Statuto, sciolse la Camera e indisse le nuove elezioni.

Ma l'orientamento della politica nuova si vide quando, poco tempo dopo, richiamò le truppe che avea mandato a combattere in Lombardia.

A spingere Ferdinando nella via della reazione contribuì il fatto, che parecchi fra i deputati, partiti immediatamente per le province, si proposero e tentarono di organizzare là rivoluzione.