Nell'animo del re si operò una trasformazione profonda. Fra il '30 e il '48 era stato principe liberale e vago di cose nuove e desideroso di assicurare la grandezza del suo paese.
Quelli eran dunque i frutti della libertà? La libertà non produceva che disordini? la libertà era dunque la rivoluzione in permanenza? Lo incitavano, lo adulavano, lo stimolavano con l'adulazione bassa, con l'intrigo maligno a sbarazzarsi di chiunque fosse sospetto.
Volle essere il difensore dell'assolutismo.
Non era un fulmine di guerra, come suo padre e come il suo avo non erano; volle andare non di meno nel territorio romano a combattere la repubblica e a restaurare la monarchia pontificia. Quasi non vide il nemico, cui di molto soverchiava in forze e fuggì.
L'umiliazione e gli scherzi che la stampa europea fece sul suo conto lo eccitarono: divenne più sospettoso, più timoroso.
In altri tempi avea limitata la potenza dei preti: volle mettersi nelle loro mani più che potè. Mandò e fece mandare predicatori dovunque sospettava vi fossero liberali.
Sospettoso di tutti si mostrò avverso a ogni novità, ad ogni riforma, ad ogni mutamento: gli parevano roba da paglietti, cioè da avvocati, e alle chiacchiere degli avvocati attribuiva i fatti dolorosi di cui egli e il regno soffrivano.
In seguito alla repressione del 15 maggio, furono processati moltissimi cittadini e vi erano fra essi gli uomini più illustri della città, deputati che avevano fatta opera di moderazione e perfino i ministri, che fino quasi alla vigilia sedevano nei consigli del Re costituzionale.
Ferdinando è stato ritenuto finora un tiranno: le sue crudeltà (se la paura è crudeltà) sono state esagerate e quella grossolana malizia di cui egli stesso si compiaceva e che era la sua forza e la sua debolezza, è parsa un'arte di dispotismo e di intrigo.