L'autore di questa conferenza non potè rivederne le stampe, perchè la morte lo incolse prima che il suo scritto vedesse la luce.
Del Senatore Niccolò Nobili, molti ricorderanno, oltre alle benemerenze civili e patriottiche, la gentilezza dell'animo e l'amore agli studi: di che la Società nostra ebbe più d'una prova, mentr'egli fu Presidente della Deputazione Provinciale, che concesse liberale ospitalità alle Letture nella Sala di Luca Giordano.
Correva l'autunno del 1845 quando in tutti i ritrovi delle città di Toscana e specie di Firenze, che ospitava gran numero di emigrati pontifici, l'argomento delle discussioni cadeva generalmente sopra le esorbitanti condanne pronunziate da una Commissione straordinaria in Ravenna. A quei parlari più liberi seguì tutto ad un tratto un dir sottovoce, con frasi tronche e interrotte, come se per l'aria ci fosse qualche cosa di misterioso e di grosso. Si parlava di armi giunte in Livorno, portate nascostamente a traverso la Toscana e introdotte nella Romagna papale. Si diceva che accordi fossero intervenuti tra le città delle Legazioni e delle Marche, che la fiera di Sinigaglia ne avea offerto il mezzo; che si voleva far pro del malumore suscitato dalle condanne ravennati e che tutto era fissato per una contemporanea rivolta. Ora se ne dava il giorno come sicuro, ora si diceva che nulla stava più bene, perchè da Rimini era venuto un contrordine e che, di ciò offesa, una parte dei cospiratori era rientrata in Toscana.
Mentre queste notizie, con le solite frangie, con le solite assicurazioni sopra l'autenticità delle fonti, correvano di bocca in bocca, si sa che la sommossa è scoppiata in Rimini; che un tal Renzi, con pochi de' suoi, s'è impadronito della caserma, ha arrestato i pochi ufficiali colti qua e là alla sprovvista ed ha proclamato il governo provvisorio sotto la sua presidenza.
Due giorni dopo, la sommossa era svanita. Le Marche, le Legazioni eran rimaste tranquille: il Renzi e una trentina de' suoi rifugiati in Toscana, avean consegnate le armi, colla promessa che tutti sarebbero imbarcati a Livorno e avviati verso la Francia.
Comunque abortito quel movimento, non il primo nè il solo, preconizzava un'agitazione popolare. L'atmosfera politica era grave di nubi, più o meno cariche di elettricità in ogni parte d'Italia, e neanche in Toscana il cielo potea dirsi tranquillo e sereno, benchè il clima, generalmente temperato e mite, non facesse temere lo scroscio di meteore devastatrici. E per metter subito da parte le forme rettoriche, mi spiego sul significato di questo mite clima toscano, delineando in breve il carattere del popolo, la condizione in cui questo si trovava al cominciare dei moti politici del 1846 e come vi fosse arrivato.
Fermatevi per un momento con me dinanzi ad una di quelle tante urne cinerarie etrusche, di cui è ricco il nostro Museo. Guardate quella figura d'uomo, distesa come sopra un lungo guanciale, col torso a metà sollevato perchè l'avambraccio fa sostegno e puntello alla testa: quella figura ha gli occhi aperti e fissi, non volti nè alla terra nè al cielo: è quello un atteggiamento mistico non di molle riposo; è figura di uomo che pensa e par che vi dica: son pronto a levarmi su non appena sia d'uopo. Or bene: molti secoli son decorsi, molte generazioni son passate, ma quella figura può rappresentare ancora il tipo della gente toscana. Questo popolo ha mente acuta e sottile, facile a discernere il lato pratico delle cose; mite d'animo, alla violenza riottoso, disposto a soffrire finchè sia possibile, ma pronto a levarsi su se tutto si dolga. E per questa sua tendenza a pensare piuttosto che a fare, si spiega come il popolo toscano, non dimentico mai di quella libertà di cui furono moderatori l'Alighieri, il Machiavelli, il Giannotti, e difensori il Capponi, il Ferrucci, il Buonarroti, siasi appagato del presente con le memorie del passato, abbia sopportato il giogo mediceo, soddisfatto dall'essersi saputo reggere anche da sè medesimo e di non aver accettato il duca Alessandro come padrone, ma come capo della repubblica; si spiega come andasse lieto che il Rinuccini pel trattato di Utrecht avesse dichiarato, a nome di Cosimo III che il Granduca non può disporre dello Stato, ma che spetta alla repubblica il deliberare; che Don Neri Corsini avesse ripetuto in nome del medesimo principe, al congresso di Cambray, che il Granduca non poteva permettere che si facesse offesa alla città di Firenze e al suo dominio, e infine che lo stesso Giovan Gastone avesse trovata lena abbastanza per protestare contro il trattato di Vienna del 1731, perchè ledeva i diritti dei popoli toscani e distruggeva la libertà di Firenze.
In uno Stato libero e indipendente, il popolo, comunque non libero, sente quasi di riflesso dallo Stato il sentimento dell'indipendenza e della libertà; e perciò, ancorchè il trattato del 1731 violasse davvero le ragioni del popolo, pure dichiarando la Toscana Stato sovrano, la riconosceva libera e indipendente, e il popolo se ne appagava tanto più facilmente, dacchè i Lorenesi mostravano della Sovranità saper far uso larghissimo.
Leopoldo I, infatti, aveva convertito in legge i concetti dei più eminenti pensatori di quel secolo, proclamata la libertà del commercio, gettato nella legislazione il seme di quelle franchigie, che doveva poi germogliare e portare i suoi frutti. Mutarono i tempi, e forse neanche quel Granduca, che si disse filosofo, potè dal limitato principio misurare l'ampiezza, cui l'avrebbe sospinto la forza irresistibile del progresso. Ma intanto il sentimento dell'indipendenza e della libertà si era affermato nell'animo delle popolazioni toscane. Con la libertà di commercio la Toscana era entrata nel gran movimento europeo; con la libertà di commercio aveva ricevuta la solenne sanzione della libertà del lavoro, che è ricognizione di proprietà e garanzia di uguaglianza, e si trovava così preparata ad accogliere senza urti, senza terrori, senza spargimento di sangue, la fiumana di quei grandi principii che, superando con l'89 i contini di Francia, avrebbero dilagata l'Europa.
L'impero napoleonico non dette alla Toscana la libertà, ma ne spezzò i ristretti confini chiamando a Parigi in Senato il principe Tommaso Corsini, il Fossombroni, il Venturi, il Giera; nel Consiglio di Stato Don Neri Corsini, il Giunti, il Serristori, il Capei, e al Corpo Legislativo i rappresentanti dei tre Dipartimenti dell'Arno, dell'Ombrone e del Mediterraneo. E comunque la Toscana non facesse parte di quelle regioni, con le quali costituiva il Regno d'Italia, pure l'idea che dall'Alighieri in poi aveva agitata la mente dei nostri pensatori, era divenuta realtà: in quel nome di Regno d'Italia era racchiusa una grande promessa, il germe dell'unità nazionale era gettato nella mente e nel cuore del popolo.