Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò che fece che per ciò che si proponeva di fare.
Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio; era esule a Genova nel 1857.
Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a capo di esercito numeroso e ribelle.
L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale.
Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma nella sua dottrina contenuta nel libro Saggio sulla rivoluzione si manifesta sinceramente anarchico.
Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste, in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro l'ordine naturale delle cose.
Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i violenti.
Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.
«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio. Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità per giudicare degli uomini e dei loro concetti?»
Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune; abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della produzione.